Difficoltà nel primo lavoro da OSS

Carolina

Buongiorno. Ho appena iniziato un lavoro da OSS in una struttura nella mia città, dove avevo fatto stage e adesso ci lavoro. Ci sono dei ma.

I colleghi, la struttura: non mi sono trovata bene. Non pretendo chissà quale trattamento, ma santo cielo, vengo sgridata per ogni cosa se faccio un errore. Si lamentano che sono lenta e che mi devo svegliare e devo essere più veloce.

Persino una collega più giovane di me, ma più esperta e con grande spocchioseria, mi ha fatto notare alcuni errori che avrei fatto, il tutto negli otto giorni in cui sono lì.

C'è stato un episodio dove ho commesso un errore grave, ma non irreparabile, e una collega mi ha urlato contro dicendo che non sono capace a lavorare, eccetera.

Questo mi rende ansiosa, nervosa e con il mio cervello che va in blocco. E mi lamento con i miei, che non sanno che fare.

Voglio cambiare struttura ma abito in un posto piccolo e non ho la macchina.

Che devo fare?

6 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Carolina,

da quello che racconti si sente tutta la fatica di questi giorni. Iniziare un lavoro nuovo, soprattutto in un ambiente delicato come una struttura di cura, è già di per sé impegnativo. Farlo sentendosi osservati, rimproverati o addirittura urlati contro rende tutto molto più pesante. È comprensibile che tu ti senta ansiosa, nervosa e che a un certo punto la mente vada in blocco. Quando ci sentiamo continuamente sotto giudizio, il corpo e la testa reagiscono proprio così: si irrigidiscono e diventa più difficile lavorare con lucidità.

Otto giorni sono davvero pochissimi per sentirsi sicuri in un lavoro come quello dell’OSS. È un lavoro che richiede attenzione, manualità, capacità di stare con le persone, conoscenza delle abitudini della struttura. Tutte cose che si imparano con il tempo e con la pratica. Fare degli errori all’inizio non significa non essere capaci: significa essere dentro un processo di apprendimento.

Quello che probabilmente pesa molto non è solo la difficoltà del lavoro in sé, ma il modo in cui ti viene restituita. Essere corretti è normale quando si sta imparando, ma essere sgridati, umiliati o trattati con superiorità è un’altra cosa. In ambienti molto stressanti purtroppo capita che chi è più esperto perda la pazienza o scarichi la tensione su chi è appena arrivato. Non è giusto, ma succede più spesso di quanto si pensi.

È anche naturale che quando vieni rimproverata così duramente inizi a dubitare di te stessa. Più senti che devi dimostrare di essere capace, più cresce l’ansia di sbagliare, e quell’ansia può portarti a rallentare o a confonderti. Non perché tu non sia in grado di fare il lavoro, ma perché ti stai muovendo in un clima che non ti fa sentire tranquilla.

Capisco anche il senso di frustrazione quando pensi al fatto che non hai molte alternative immediate: vivere in un posto piccolo e non avere la macchina può far sembrare tutto ancora più senza via d’uscita. Però in questo momento forse la cosa più importante è non prendere decisioni affrettate mentre sei dentro questa tensione. Sei all’inizio di un percorso e hai diritto a darti un tempo per capire davvero se questo ambiente è qualcosa in cui puoi trovare il tuo spazio oppure no.

Il fatto che tu ti stia interrogando, che ti dispiaccia quando fai un errore e che ti chieda come migliorare dice già molto della tua responsabilità nel lavoro di cura. Chi lavora con le persone fragili ha bisogno proprio di questa sensibilità.

Mi viene anche una curiosità che può aiutare a capire meglio la situazione: durante lo stage nella stessa struttura avevi già percepito questo clima con i colleghi, oppure è qualcosa che stai sentendo soprattutto adesso che sei entrata a lavorare lì?

Buongiorno e grazie del suo spunto.

Seguo persone in ambito lavorativo da anni e, quello che espone, è meno raro di quanto lei possa pensare.

Probabilmente non le è utile cambiare lavoro ma dovrebbe "inquadrare" meglio il suo approccio, le relazioni, i suoi vissuti ma, soprattutto, le sue "interpretazioni". 

Si affidi con serenità ad un/una professionista che conosca bene le interazioni in ambito lavorativo ed inizi i primi passi verso una consapevolezza più strutturata.

Poi proceda, pian piano, con azioni di evoluzione.

 

Fabio Falino

Dott. Fabio Falino

Dott. Fabio Falino

Milano

Il Dott. Fabio Falino offre supporto psicologico anche online

Gent.ma grazie per aver condiviso con noi questo momento di difficoltà e fatica che comprensibilmente stai attraversando, dato il clima complesso che si é creato al lavoro.

Sarebbe importante capire come ti senti tu, quale significato dai a questa esperienza che fai da 8 giorni. L ansia è comprensibile considerato che la reazione dei colleghi ê molto forte e non hai spazio di errore nonostante tu sia all' inizio della tua professione.

Tu come reagisci alle sgridate, alle maniere spocchiose e alle lamentele dei colleghi?Credi sia possibile per te fare le tue ragioni in modo assertivo e rispettoso rispetto a quanto accade? Riconoscere  l'errore ma fare notare che sei anche all inizio ed in un clima di questo tipo non é facile apprendere e misurarsi con la complessità lavorativa a cui ti stai affacciando con questo tipo di contratto da appena 8 gg?

Buon tutto!

Carolina,

quello che stai vivendo è molto pesante, soprattutto perché sei all’inizio di un nuovo lavoro e invece di sentirti accolta e accompagnata ti ritrovi sotto pressione, giudicata e svalutata. È normale che questo ti generi ansia e blocchi cognitivi: quando ci si sente costantemente sotto attacco, la mente non riesce più a funzionare con lucidità, e gli errori diventano più probabili proprio perché si lavora in uno stato di allarme.

Dal punto di vista della psicologia del lavoro, ciò che descrivi non è un problema di “capacità”, ma di clima organizzativo. In ambienti come quello sanitario e assistenziale, dove il carico emotivo è già alto, la mancanza di supporto e la comunicazione aggressiva tra colleghi possono diventare veri fattori di rischio. Non è raro che i neoassunti vengano messi alla prova con rigidità, ma questo non giustifica urla o svalutazioni: un errore va corretto, non trasformato in un attacco personale.

Il fatto che tu pensi di cambiare struttura è comprensibile, ma non sempre possibile subito. Quello che puoi fare ora è lavorare su due fronti: da un lato proteggere la tua autostima, ricordandoti che la lentezza iniziale è normale e che la competenza si costruisce con l’esperienza; dall’altro cercare di gestire il clima, magari chiedendo con calma a una collega più disponibile di spiegarti meglio le procedure, così da sentirti meno sola. A volte, anche in contesti difficili, si può trovare una persona di riferimento che diventa un appoggio.

Può essere utile anche parlare con un responsabile o un coordinatore, non per lamentarti, ma per chiedere un affiancamento più strutturato. Presentare la tua difficoltà come “bisogno di formazione” anziché come “problema personale” può aiutare a ricevere supporto senza alimentare tensioni.

Infine, cerca di non portare tutto il peso a casa: i tuoi familiari ti ascoltano, ma non hanno strumenti per aiutarti. Un percorso di sostegno psicologico, anche breve, può darti strategie per gestire l’ansia e per affrontare meglio le dinamiche di lavoro. Non sei “sbagliata”: sei in una fase di adattamento in un contesto che non facilita l’inserimento.

Se vuoi, possiamo esplorare insieme quali sono le situazioni che ti mettono più in difficoltà, se la velocità, la paura di sbagliare, o il rapporto con i colleghi perché da lì si può costruire un piano pratico per ridurre l’ansia e sentirti più sicura.

Un caro saluto

Dottoressa Arianna Bagnini

Psicologa Clinica - del Lavoro

Organizzazioni - Risorse Umane

Ricevo anche Online

Buongiorno Carolina,
la situazione che descrive fa immaginare come sia spiacevole per lei andare a lavoro in quel luogo, un luogo che forse si aspettava diverso, nel quale pensava di potersi trovare bene e di poter accrescere le sue competenze e la sua esperienza. 
La delusione della sua aspettativa di partenza è sicuramente un elemento di cui tenere conto per scegliere che cosa fare. 
Un altro fattore importante è il tempo di 8 giorni, che sembrano pochi per farsi un’idea chiara di un contesto con i suoi lati apprezzabili e meno apprezzabili, e soprattutto per darsi la possibilità di sentire emotivamente come sta mentre lavora. Su questo ultimo punto potrebbe farsi delle domande: mi piace il lavoro che faccio? L’ho scelto o lo faccio per altre ragioni? Mi piace svolgere il mio ruolo in quel tipo di struttura o preferirei lavorare in una struttura che si occupa di altro? Il mio ruolo è riconosciuto? Ci sono momenti strutturati di confronto tra colleghi in cui per dinamiche che si creano possono essere dipanate? 
Attivare una riflessione che tenga conto anche di questi aspetti, oltre che degli aspetti più legati alla delusione e all’investimento personale su quel tipo di lavoro (a ciò che significa per lei ricoprire quel ruolo), credo sia importante per prendere una decisione non affrettata e più consapevole. 
Un eventuale percorso di sostegno potrebbe aiutarla in tal senso. 

Buona giornata 

Dott.ssa Rita Imbrescia

Dott.ssa Rita Imbrescia

Ascoli Piceno

La Dott.ssa Rita Imbrescia offre supporto psicologico anche online

Buongiorno Carolina, quello che racconta è comprensibilmente molto pesante da vivere, soprattutto perché è lì da pochissimo tempo. I primi giorni in un lavoro nuovo sono sempre delicati e, quando l’ambiente non è accogliente o paziente, diventa ancora più difficile prendere ritmo e sentirsi sicuri.
Il fatto che si senta ansiosa e che la mente vada in blocco è una reazione abbastanza comune quando ci si sente continuamente osservati, giudicati o rimproverati. In queste condizioni molte persone fanno più fatica a concentrarsi e finiscono per sentirsi ancora meno sicure, anche se con un clima diverso lavorerebbero molto meglio.
In più il lavoro che svolge non è semplice. Richiede pratica, velocità, attenzione e responsabilità, e otto giorni sono davvero pochi per sentirsi già sciolti e sicuri. All’inizio gli errori possono capitare a chiunque, anche a chi oggi appare molto esperto.
Questo non significa che non ci sia spazio per imparare e migliorare, ma c’è una differenza tra aiutare qualcuno a crescere e farlo sentire costantemente incapace. Quando il modo di comunicare è duro o umiliante è normale che questo faccia stare male.
Prima di prendere decisioni drastiche potrebbe provare a darsi ancora un po’ di tempo per capire se la situazione cambia man mano che acquisisce più sicurezza nel lavoro. A volte, quando si diventa più autonomi, anche il modo in cui i colleghi si relazionano cambia.
Allo stesso tempo è importante ascoltare come sta lei. Se con il passare delle settimane l’ambiente continua a farla sentire sotto pressione o svalutata, è comprensibile iniziare a pensare a delle alternative, anche se nel suo territorio non è semplice.
Nel frattempo può essere utile non restare sola con quello che prova. Parlare con qualcuno di fiducia può alleggerire un po’ il peso di questa situazione. Otto giorni non definiscono le sue capacità. Sta imparando un lavoro impegnativo in un contesto che, da come lo descrive, non sembra molto paziente. Questo, per chiunque, sarebbe una partenza difficile. Non significa automaticamente che lei non sia capace di fare questo mestiere.
Un caro saluto

Dott. Fabiano Foschini

Dott. Fabiano Foschini

Milano

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