Ansia

Come farsi accettare dai coetanei

Rosanna

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Salve, sono la madre di un ragazzo di 20 anni, è a causa di una patologia mi figlio si è isolato, o per meglio dire lo hanno isolato prima a scuola poi gli amici. Questo fatto lo ha fatto sempre soffrire, lo ha portato al punto di farlo sentire non amato da nessuno, come dice lui " io sono trasparente, nessuno vuole avere a che fare con me" ho girato diversi psicologi, ospedali, sia per il la sua patologia sia per il suo stato d'animo. Sono veramente stanca non so come fare, sono una madre sola, perchè nonostante sia stata sposata con il padre di mio figlio, lui non è mai stato presente, a tal punto che ho finalmente deciso di lasciarlo. Soffro molto nel vedere mio figlio in questo stato, non so come aiutalo, mi sono persino trasferita in una città più grande perche lui si sentiva bullizzato in paese. So benissimo, che ci sono casi più gravi del mio, ma vi prego ci terrei veramente tanto se qualcuno di voi mi desse una mano un parere .... un suggerimento, Mi sento veramente abbandonata da tutti. Tutti i psicologi gli dicono devi fare amicizie, ma come? se ha paura di non piacere agli altri?

7 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Gentile Rosanna è comprensibile la sua preoccupazione di fronte ad una situazione di isolamento di questo genere, suo figlio dovrebbe probabilmente vincere lui stesso le sue paure per primo, accettarsi e avere fiducia in sé stesso (questo attraverso un percorso é possibile) e soprattutto lavorare sull'accettazione della sua malattia, i vissuti rispetto ad un problema di salute sono molteplici e possono impattare proprio su molti aspetti della personalità tra cui l'autostima, la fiducia in sé stessi e accettarsi prima di tutto così com'è. Spero di essere stata utile. Cordiali saluti. Dott. Ssa Maria Barbara Zottarelli 

Gentile R


La sua preoccupazione è comprensibile data anche l'età di suo figlio ma deve cercare di non vivere, solo ed esclusivamente, pensando a come risolvere il problema. Cerchi di vivere la sua vita in modo sereno poiché di riflesso gioverà anche a suo figlio. Il fatto di cambiare città ha cambiato le cose? Ci sono stati dei miglioramenti? A queste domande deve cercare di dare una risposta e trarne delle considerazioni. Molti aspetti nella nostra vita, soprattutto quelle che riguardano i figli, non sempre vanno come vorremmo, dobbiamo essere capaci di accettare serenamente anche le situazioni negative come le difficoltà nei rapporti interpersonali, al di là delle cause che possono  generarle.


La paura di non piacere o di non essere all'altezza (forse originata dalla sua patologia), ad esempio, può far apparire insicuro e rigido suo figlio finendo per fare un’ impressione negativa sugli altri che di conseguenza finiranno per evitarlo. Invece, comportarsi con ottimismo e guardare l'altro non come un ostacolo (solo perché si sono avute delle esperienze negative in passato) probabilmente rimetterà in moto un meccanismo più fluido nelle relazioni interpersonali.


Visto che ha contattato già molti colleghi potrebbe essere utile prendersi una pausa per riflettere un pochino e per cercare di analizzare e, possibilmente, vedere insieme a suo figlio le cose da più prospettive, iniziando proprio dall'analisi dei vostri comportamenti.  Solo in seguito è consigliabile ricontattare un professionista per avere una guida su cui contare.


Cordialmente


Dott. Pasqualino Lupia

Gentile signora Rosanna,


gli eventi che ci capitanano, l’ambiente in cui siamo inseriti, le relazioni che abbiamo, possono far sorgere in noi alcune convinzioni.


In questo caso suo specifico figlio crede di non essere amato da nessuno, di essere trasparente …


Queste credenze non hanno delle fondamenta nella realtà: è vero che ha avuto molte delusioni ed è stato bullizzato, ma in realtà lei lo ama molto e sta cercando di aiutarlo, quindi non è trasparente agli occhi di tutti.


Purtroppo il pensiero di non essere accettato può condizionare il modo di pensare, portando, così, ad avere dei comportamenti atti a rafforzare questa credenza.


Ad esempio, se credo che nessuno voglia essere mio amico, potrei chiudermi in me stesso e precludermi la possibilità di fare nuove amicizie, rafforzando così l’idea che nessuno vuole essere mio amico.


Attraverso un percorso psicoterapico, è possibile individuare questi pensieri autolimitanti, comprendere che non sono funzionali e sostituirli con altri più idonei.


Rimango a disposizione in caso necessiti di ulteriori informazioni


Cordialmente


Sabrina Bush

Salve signora Rosanna, è molto probabile come lei dice che la patologia di suo figlio (anche se non nomina quale sia),  gli abbia reso più complicata la socializzazione con gli altri, con i coetanei. Ma le direi anche che gli aspetti caratteriali hanno un peso ancora maggiore, di una patologia, nella riuscita a comunicare con gli altri, così come le convinzioni che suo figlio ha, o che si è fatto sugli altri e su se stesso.


Se il suo pensiero Rosanna mettiamo è quello di ritenere che sia la patologia la causa unica o il limite vero al suo disagio sociale, questo pensiero in qualche modo lo avvertirà anche suo figlio. L'altra considerazione che farei, dalle Sue parole, è che lei stessa sembra trovarsi in difficoltà personale ed emotiva in questo momento, per una serie di fattori probabilmente. E ciò non può portare benefici alla situazione familiare. 


Per farsi aiutare può tenere presente anche qualche consulto on line con uno psicologo, per avere orientamenti comportamentali.


Tanti auguri, 


Dr. Cameriero Vittorio 

Gentile Signora,


a mio avviso sarebbe opportuno partire da un cambiamento di prospettiva: nulla o poco possiamo fare per modificare il comportamento e gli atteggiamenti altrui, ma molto di più possiamo agire sul nostro comportamento, sul nostro modo di pensare ed affrontare la realtà e le relazioni sociali.


Il problema parte proprio dai timori di suo figlio di non piacere agli altri o dalla convinzione che gli altri non vogliano avere a che fare con lui: se ciò può essere stato vero in passato, non significa però che debba essere un destino o una condanna.


Se cambiando ambiente e persone, come avete fatto, il problema persiste, forse vale la pena di domandarsi che cosa ci sia di "inadeguato" nel proprio modo di porsi quando si fanno nuove conoscenze e quali alternative positive si possano invece agire. Un atteggiamento passivo, se non addirittura vittimistico, date le esperienze del passato, è comprensibile ma non funzionale, perché già in partenza respingente.


In ogni occasione dobbiamo sempre domandarci che cosa è in nostro potere fare per migliorarla, evitando di aspettarci che gli altri corrispondano inevitabilmente alle nostre aspettative, scansando così dolorose frustrazioni. Tanto più nell'odierna società, in cui spesso prevalgono i rapporti virtuali e, dunque, mancano le nozioni di base per quelle abilità sociali fondamentali per una vita relazionale positiva e soddisfacente.


Ovviamente, tutto ciò in linea generale, con tutti i limiti di un consulto di questo tipo, non conoscendo la specifica disabilità di suo figlio e tanti altri dettagli che sarebbero fondamentali in altra sede.


Credo che, per iniziare, la richiesta puntuale da fare ad uno psicologo psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-comportamentale potrebbe essere proprio quella di un training sulle social skills, così da partire dalle risorse che sicuramente suo figlio già possiede ed implementarle. Parallelamente affiancherei a tale percorso, in base ai suoi interessi e passioni, l'inserimento del ragazzo in gruppi formali già costituiti (sportivi, teatrali, parrocchiali, musicali...) che sicuramente esistono nella città in cui vivete.


Cordialità.


Paola Scalco

Cara Rosanna, 


Dalle tue parole traspare il profondo legame con tuo figlio e il tuo naturale desiderio di madre di aiutarlo e fargli trovare la strada più libera possibile dagli ostacoli, per proteggerlo. 


La tua situazione non dev'essere facile, sicuramente stai portando dei pesi e sicuramente il sistema-famiglia sta cercando un equilibrio funzionale, attraverso le scelte che hai fatto fino a questo momento (separazione, trasferimenti).


Non conosco la patologia di tuo figlio e quanto questa sia invalidante, ma quello che sembra evidente è che tuo figlio sta soffrendo perché, a quanto scrivi, la sua diversità sembra aver costituito una base per categorizzarlo per i suoi compagni e amici nel corso della vita.


Tutti siamo diversi, tutti siamo unici e tutti dobbiamo trovare il nostro posto nel mondo. Tuo figlio ha un'età in cui i coetanei sperimentano le prime occasioni di indipendenza, probabilmente anche lui ha desiderio di fare le sue esperienze e tu lo puoi aiutare magari attraverso un percorso con uno psicologo che vi guidi nel rafforzare i vostri punti di forza, costruendo un ambiente familiare supportivo che dia al ragazzo una base sicura, ma al contempo lo incoraggi a sperimentarsi nel gruppo dei pari, per darvi l'occasione di riscrivere la vostra storia.


Un equilibrio funzionale prevede anche dei fallimenti, che vanno a mio avviso affrontati nel contesto di un percorso di sostegno psicologico, così da limitare le ricadute negative che possono avere e anzi, poterli usare come tappe del proprio percorso.


Se vorrai un ulteriore confronto scrivimi pure,


Vi faccio i miei auguri


Dr.ssa Debora Riva

Cara Rossana, la preoccupazione e l'angoscia che lei sta vivendo in questo periodo emergono con molta enfasi in ciò che ha scritto ed è comprensibile dal momento che, in quanto mamma, vorrebbe vedere suo figlio semplicemente felice. Come genitore sta cercando di aiutare suo figlio ed è un bene che lui sappia di avere un appoggio nei momenti di difficoltà, tuttavia è sempre meglio non esagerare diventando iper-protettivi, poiché questo potrebbe paradossalmente ripercuotersi negativamente sia su di lei che su suo figlio. Un percorso psicoterapico potrebbe aiutare suo figlio, se motivato intrinsecamente (ovvero, se lui stesso, di sua spontanea iniziativa, ritenesse opportuno richiedere l'aiuto di un professionista). Lei, in quanto mamma, può solo consigliare questa scelta, senza tuttavia imporla, altrimenti verrebbe meno la motivazione e quindi i risultati della terapia. Mi spiace per la negativa esperienza passata con altri professionisti, tuttavia la psicoterapia può rivelarsi una valida soluzione se svolta andando a lavorare sul nucleo profondo responsabile del malessere emotivo di suo figlio, permettendogli di convivere più serenamente con la sua patologia e, quindi, successivamente, di gestire meglio le sue relazioni interpersonali.

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