Buongiorno Tiziana,
ho letto con attenzione il suo racconto e anche le numerose risposte che ha già ricevuto dai colleghi, alle quali desidero aggiungere qualche considerazione, soprattutto sul rapporto tra il dolore della perdita, il senso di colpa e le immagini dell'accaduto che continuano a tormentarla.
Diciotto anni trascorsi insieme al proprio cane rappresentano una parte importante della propria vita affettiva. Non si perde soltanto un animale, ma un compagno di quotidianità, una presenza familiare, un legame costruito attraverso migliaia di piccoli gesti, attenzioni e abitudini condivise. Nel suo caso, inoltre, al dolore del lutto si aggiunge la dimensione traumatica di una morte improvvisa e violenta, profondamente diversa da quella che, forse, aveva immaginato considerando l'età avanzata e la malattia del suo cagnolino.
Come hanno già osservato alcuni colleghi, mi sembra particolarmente importante soffermarsi sul pensiero che ritorna continuamente nel suo racconto, ovvero «avrei potuto controllare, avrei potuto impedirlo».
Dopo un evento traumatico, la mente tende spesso a ripercorrere ossessivamente gli istanti precedenti, cercando un dettaglio, una decisione o un comportamento che avrebbe potuto modificare l'esito. È un tentativo comprensibile di recuperare, almeno mentalmente, un controllo che in quel momento è venuto drammaticamente meno.
Ma esiste una differenza sostanziale tra riconoscere, con il senno di poi, che una diversa concatenazione di eventi avrebbe potuto evitare l'incidente e concludere di esserne personalmente responsabili.
Lei aveva riconosciuto il pericolo e predisposto delle protezioni. Non poteva sapere che sarebbero state rimosse e che proprio in quei pochi minuti il suo cane, ormai compromesso dalla demenza, si sarebbe avvicinato a quel punto del balcone. La possibilità teorica di prevenire un evento, ricostruita dopo che è accaduto, non equivale alla possibilità concreta di prevederlo in quel momento.
Vorrei poi richiamare la sua attenzione su un altro aspetto, forse ancora più importante dal punto di vista clinico.
Lei racconta di non riuscire a liberarsi dell'immagine del ritrovamento, di non uscire più di casa, di avere perso energia e interesse per i progetti che aveva in mente. Queste manifestazioni, a una sola settimana dall'accaduto, non consentono certamente di formulare una diagnosi psichiatrica, ma suggeriscono che alla reazione di lutto possa essersi sovrapposta una risposta acuta allo stress traumatico.
Quando un'esperienza è particolarmente sconvolgente, alcuni suoi dettagli percettivi possono continuare a ripresentarsi involontariamente alla coscienza, accompagnati da emozioni molto intense. È come se una parte della mente continuasse a tornare su quel momento, mentre un'altra cercasse disperatamente di evitarlo.
In questi casi, tentare di cancellare forzatamente le immagini o di imporsi di non pensarci può risultare controproducente. Può essere invece utile imparare gradualmente a riconoscerle come ricordi dolorosi di qualcosa che è già accaduto, senza doverli ogni volta rivivere o analizzare alla ricerca di una responsabilità.
Condivido inoltre il suggerimento dei colleghi di non pretendere da sé stessa una ripresa immediata. Il lutto non è una prova di forza e non esiste un tempo prestabilito entro il quale si debba tornare a stare bene. Tuttavia, è altrettanto importante non lasciare che il dolore determini un progressivo isolamento. Anche mantenere piccoli gesti quotidiani, uscire per una breve passeggiata, incontrare una persona cara o dedicare qualche minuto a un'attività abituale può aiutare a recuperare lentamente un senso di continuità con la propria vita.
Se le immagini intrusive, il senso di colpa e il ritiro dovessero persistere o continuare a compromettere significativamente la quotidianità, le suggerirei una valutazione psicologica o psicoterapeutica orientata anche alla componente traumatica. In presenza di sintomi post-traumatici clinicamente significativi, interventi specifici, tra cui la psicoterapia focalizzata sul trauma e l'EMDR, possono rappresentare opzioni utili, da valutare in base al quadro individuale.
Vorrei infine lasciarle una riflessione. In questo momento sembra che tutta la storia con il suo cagnolino sia stata improvvisamente occupata dall'immagine della sua morte. Eppure quella relazione è stata infinitamente più grande di quell'ultimo episodio.
Il modo in cui è morto non definisce il modo in cui ha vissuto, né cancella ciò che lei ha rappresentato per lui durante diciotto anni.
L'obiettivo non sarà dimenticare quanto accaduto, né convincersi che non sia stato terribile, ma riuscire gradualmente a fare spazio anche agli altri ricordi, affinché l'ultimo istante non diventi l'unica immagine attraverso la quale ricordarlo.
Mi auguro che, con il tempo e con il sostegno necessario, possa ritrovare la possibilità di pensare al suo cagnolino non soltanto con il dolore di averlo perduto, ma anche con la tenerezza e la gratitudine per la lunga vita che avete condiviso.
Cordiali saluti,
Federico Baranzini
Psichiatra e Psicoterapeuta a Milano