Bambino di prima elementare

lara

Buongiorno, sono una mamma di un bambino che frequenta la prima elementare. Sia al colloquio di novembre sia a quello di ieri mi hanno “etichettato” il mio bimbo come un bambino che va seguito.
Premetto che è sempre stato un bambino diffidente, permaloso e che si vergogna quando sbaglia. A casa siamo molto fermi sulle regole di comportamento e di educazione: anche se si arrabbia, non lo assecondiamo e non gli facciamo fare quello che vuole. Teniamo molto a questo, pensando che lo aiuti anche in contesti come la scuola, dove noi non siamo presenti.
Ha frequentato nido e scuola dell’infanzia, e le maestre hanno notato subito il suo carattere, ma gli hanno dato sicurezza e quindi lui si è fidato di loro.
A scuola, ora, mi dicono che tende a non ascoltare quello che dice la maestra e, quando si affronta un nuovo argomento e non lo capisce, tende a copiare dai compagni pur di non chiedere spiegazioni. Poi, quando si esercita o quando a casa glielo rispieghiamo, capisce e diventa autonomo. Questo me lo confermano anche le maestre: una volta compreso, non ha particolari difficoltà.
Io gli ho fatto capire che può fidarsi delle maestre, che sono lì per aiutarlo e non per sgridarlo, già dal primo colloquio… ma a distanza di mesi il problema è lo stesso.
Cosa posso fare, come genitore, per fargli capire che le maestre sono lì apposta per aiutarlo? E come mai, secondo loro, non sono ancora riuscite a trasmettergli sicurezza dopo tutto questo tempo?
Attendo, se possibile, dei consigli su come potermi muovere. Grazie.

7 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Lara,

quello che descrivi restituisce l’immagine di un bambino sensibile, attento al giudizio e che fatica a esporsi quando teme di sbagliare. Più che “non ascoltare”, sembra proteggersi dall’errore evitando di chiedere aiuto: copiare diventa un modo per non sentirsi in difficoltà. A questa età il senso di sicurezza a scuola può richiedere tempo, e non è detto che dipenda da qualcosa che le insegnanti “non sono riuscite a fare”, ma piuttosto dal suo bisogno di fidarsi gradualmente in un contesto diverso da quelli già conosciuti.

Come genitore, puoi aiutarlo soprattutto sul piano emotivo:

  • normalizzando l’errore (“sbagliare serve per imparare”),
  • valorizzando quando prova a chiedere, anche se con fatica,
  • evitando che si senta “etichettato” o inadeguato.

Può essere utile anche un’alleanza con le maestre su piccoli obiettivi concreti (ad esempio: fare una domanda al giorno, o chiedere aiuto in modo concordato), così da fargli sperimentare che esporsi è sicuro. Se nel tempo la fatica dovesse rimanere invariata, potrebbe avere senso un confronto con uno specialista dell’età evolutiva, più che per “correggere” qualcosa, per comprendere meglio il suo modo di funzionare e sostenerlo in modo mirato.

Un caro saluto 

Dott.ssa Fioldisa 

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo

Torino

La Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo offre supporto psicologico anche online

Da quello che descrivi, tuo figlio non ha difficoltà di apprendimento ma insicurezza e paura di sbagliare, quindi evita di esporsi (copiando invece di chiedere).

Come aiutarlo:

  • Normalizza l’errore: valorizza il fatto che prova, non solo quando fa giusto
  • Allenalo a chiedere aiuto (anche con giochi di ruolo e frasi semplici)
  • Confrontati con le maestre chiedendo strategie pratiche per rassicurarlo
  • Mantieni regole, ma con più rassicurazione emotiva

Il fatto che a casa poi capisca è un ottimo segnale. Alcuni bambini hanno solo bisogno di più tempo per acquisire sicurezza.

 Daniela Sasso

Daniela Sasso

Lecce

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Buongiorno mamma,

dal suo racconto appare  che  il suo bimbo non sembra in difficoltà nel capire, ma nel mostrare che non ha capito. È una differenza importante. Il fatto che copi e poi, quando gli viene rispiegato, diventi autonomo ci dice che le capacità ci sono: probabilmente entra in gioco la paura di sbagliare o di esporsi.Bambini un po’ sensibili o orgogliosi spesso fanno così: meglio copiare che rischiare di sentirsi “non capace”. Non è pigrizia, è un modo per proteggersi.

Faccio notare anche una cosa con rispetto e delicatezza: il fatto che a casa siate molto fermi sulle regole è una risorsa, ma in alcuni bambini può aumentare un po’ la pressione a “non sbagliare”. Vale la pena chiedersi quanto si sente libero di fare errori senza sentirsi in difetto.

cosa si potrebbe fare nel frattempo?!

  • Normalizza l’errore: fagli vedere che sbagliare è normale (anche raccontando i tuoi errori).
  • Aiutarlo a chiedere aiuto: potete allenare insieme una frase semplice, tipo “non ho capito, me lo rispieghi?”.
  • Spostare il messaggio: più che “devi fare bene”, passa “se non capisci, dimmelo”.
  • Con le maestre: chiedi che lo aiutino in modo discreto e che rinforzino ogni piccolo tentativo di chiedere aiuto.

Rispetto alla sua domanda: non è detto che le insegnanti non siano riuscite a trasmettergli sicurezza. Alcuni bambini hanno bisogno di più tempo e di esperienze concrete per fidarsi davvero.

In sintesi, non sembra un problema di apprendimento, ma di sicurezza nel mostrarsi in difficoltà. Lavorando su questo, spesso le cose si sbloccano.

Un caro saluto

D

Debora Mugnaini Psicologa

Via G. Mazzini, 45 

Pordenone

Buongiorno, Lara comprendo la sua preoccupazione e il desiderio di aiutare al meglio suo figlio. Le modalità che descrive rientrano frequentemente nei processi di sviluppo e adattamento, pur meritando un'attenzione specifica. Proprio in questo momento una valutazione da parte di un professionista non va vista come un'etichetta ma come uno strumento utile a comprendere il modo di funzionare e soprattutto nei momenti di difficoltà di suo figlio. Dalla descrizione che fornisce emergono elementi comportamentali ed emotivi che meritano un approfondimento più strutturato. È importante sottolineare che questo spazio non è idoneo ad effettuare una valutazione psicologica nè ipotizzare o escludere eventuali disturbi specifici anche lievi. 

Nella descrizione pare vi sia una tendenza ad evitare di ricorrere spontaneamente alla richiesta d'aiuto, tale modalità di gestione potrebbe indicare un bisogno di supporto che merita un approfondimento clinico. In questo senso un'osservazione strutturata da parte di un professionista appare indicata.

Un intervento precoce e mirato consente di chiarire se ci sono difficoltà e successivamente fornire strategie mirate ed efficaci alla famiglia e agli insegnanti. Un supporto inoltre potrebbe essere per lei un'occasione per sviluppare un maggiore senso di sicurezza e serenità nella gestione delle situazioni. È possibile contattarmi per un colloquio di approfondimento finalizzato a definire bisogni e le strategie d'intervento.

Un caro saluto.  Dott.ssa Ursula Fortunato  

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Lara, da quello che racconti emerge un bambino sensibile, orgoglioso e molto attento a come viene visto dagli altri. Non è un bambino che “non ascolta”, ma un bambino che si protegge quando sente di non avere il controllo. A casa, dove l’ambiente è sicuro e prevedibile, riesce a chiedere, a lasciarsi guidare, a imparare con calma. A scuola invece tutto è più esposto: ci sono i compagni, c’è la maestra che osserva, ci sono attività nuove che richiedono di mettersi in gioco. Per un bambino che teme l’errore, questo può diventare un terreno delicato. Quando non capisce subito, non si permette di dirlo, perché per lui sbagliare davanti agli altri è molto più faticoso che sbagliare a casa. Copiare diventa un modo per non sentirsi “scoperto”, non un atto di disobbedienza.

Il fatto che le maestre, dopo mesi, non siano ancora riuscite a farlo sentire completamente sicuro non significa che stiano sbagliando qualcosa. Alcuni bambini hanno bisogno di tempi più lunghi per fidarsi, soprattutto se sono diffidenti per temperamento, se si vergognano facilmente o se vivono l’errore come qualcosa che mette in discussione il loro valore. La fiducia non nasce solo dalla gentilezza dell’adulto, ma dalla possibilità, per il bambino, di sperimentare che può non sapere, può chiedere, può sbagliare senza perdere stima. E questo richiede tempo, esperienza e piccoli passi ripetuti.

Quello che puoi fare tu è continuare a normalizzare l’errore, ricordandogli che a scuola non deve sapere già tutto, che le maestre si aspettano che i bambini sbaglino e che il loro lavoro è proprio aiutarli quando non capiscono. È importante che senta che chiedere spiegazioni non è un segno di debolezza, ma un comportamento intelligente. Puoi anche spostare il focus dall’obbedienza alla fiducia, dicendogli che la maestra non è lì per giudicarlo ma per sostenerlo, e che quando non capisce lei è contenta se glielo dice. Allo stesso tempo, può essere utile parlare con le insegnanti per concordare insieme una piccola strategia che lo aiuti a chiedere aiuto senza sentirsi esposto: un gesto concordato, un momento individuale all’inizio dell’esercizio, un rinforzo quando prova a fare una domanda. Sono accorgimenti semplici ma molto efficaci per bambini che vivono l’esposizione con fatica.

A casa continua a valorizzare i momenti in cui capisce, sottolineando che quando si prende il tempo necessario riesce a imparare benissimo, e che non è vero che “non sa fare”: ha solo bisogno di sentirsi tranquillo. Evita invece di insistere troppo sul “devi fidarti” o sul “le maestre dicono che non ascolti”, perché rischia di sentirsi sbagliato e di chiudersi ancora di più.

Il punto centrale è che tuo figlio non ha un problema di apprendimento, ma un bisogno di sicurezza interna. E questa sicurezza si costruisce con calma, con alleanze tra adulti e con esperienze ripetute in cui scopre che può non sapere e può chiedere senza perdere valore.
Rimango a tua disposizione per qualsiasi cosa 

Dottoressa Arianna Bagnini 

Psicologa Clinica- del Lavoro 

Risorse Umane- Organizzazioni 

Ricevo anche Online 

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Buongiorno,

da quello che descrive, suo figlio non sembra avere una difficoltà di apprendimento, quanto piuttosto una difficoltà a esporsi quando non si sente sicuro. Il fatto che a casa, una volta compreso, diventi autonomo è un elemento molto importante: ci dice che la competenza c’è, ma che qualcosa si attiva sul piano emotivo nel contesto scolastico.

In un’ottica sistemico-relazionale, può essere utile spostare l’attenzione dal comportamento del bambino al significato che l’errore assume nel vostro contesto familiare. Le chiederei quindi: che cosa rappresenta per voi sbagliare? Che rapporto avete avuto, nella vostra storia, con l’errore?

Quando un bambino cresce in un ambiente molto orientato alle regole, può interiorizzare, anche senza che venga detto esplicitamente, che sbagliare non sia davvero consentito. In questo senso, il suo evitare di chiedere e il copiare possono essere letti come modalità di protezione: meglio non esporsi che rischiare di sbagliare.

Una possibile direzione potrebbe essere quella di rendere più “morbido” l’approccio all’errore, accompagnandolo senza correggerlo subito, legittimando la difficoltà e aiutandolo a fare esperienza del fatto che sbagliare non mette in discussione né il suo valore né la relazione. Più che insistere sulla regola, può essere utile guidarlo nell’esperienza, permettendogli di stare nell’errore come passaggio naturale dell’apprendimento.

Se questa sicurezza si costruisce nel contesto familiare, sarà più facile che nel tempo possa portarla anche a scuola.

Un caro saluto

Dott.ssa Manuela Cosenza 

Dott.ssa Manuela Cosenza

Dott.ssa Manuela Cosenza

Pordenone

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Gentile mamma,

la ringrazio per aver condiviso le sue osservazioni e le sue preoccupazioni, da quello che leggo è una mamma molto attenta e sensibile anche lei.

Dalla sua descrizione leggo di un bambino con una sensibilità importante, che ha bisogno di sentirsi sicuro prima di esporsi, soprattutto in un contesto nuovo e più strutturato come quello della scuola primaria.

Quello che descrive – la difficoltà a chiedere aiuto, la tendenza a copiare per non sbagliare, il disagio di fronte all’errore – è spesso legato più alla paura di sbagliare e al timore del giudizio, che a una reale difficoltà di apprendimento. Il fatto che, una volta compreso l’argomento, suo figlio diventi autonomo è un segnale che indica buone capacità di apprendimento.

Il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria può essere impegnativo: aumentano le richieste, cambia il tipo di relazione con l’adulto e si riducono i tempi individualizzati. Non sempre la fiducia negli insegnanti si costruisce con la stessa rapidità, e questo non è necessariamente indice di un problema, ma piuttosto di tempi personali di adattamento. Ognuno ha i suoi tempi ed è giusto rispettarne i passi.

A casa, il vostro modo di mantenere regole chiare è sicuramente una risorsa importante. Accanto a questo, può essere utile lavorare anche sul “diritto di sbagliare”, aiutandolo a normalizzare l’errore come parte del processo di apprendimento. Ad esempio, può essere utile condividere con lui episodi in cui anche gli adulti sbagliano e chiedono aiuto, oppure valorizzare quando prova a fare qualcosa di nuovo, anche se non riesce subito.

Per quanto riguarda la scuola, può essere utile un confronto sereno e collaborativo per costruire insieme strategie comuni: ad esempio, concordare modalità in cui lui possa sentirsi più a suo agio nel fare domande, oppure individuare momenti in cui donargli un rinforzo positivo quando prova ad esporsi.

Infine, la definizione di suo figlio come un bambino “da seguire” potrei leggerla come una gentile attenzione da parte delle insegnanti ai suoi bisogni specifici, che se accolta e condivisa può diventare una risorsa per aiutarlo a crescere con maggiore sicurezza.

Resto a disposizione se desidera approfondire ulteriormente o confrontarsi.

Un cordiale saluto dalla Dott.ssa Anna Di Costanzo.

 

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