Difficoltà a relazionarsi

Donatella

Ho un figlio di 21 anni che da piccolo era vispo e aperto. Tutto è iniziato a cambiare durante le elementari, dove ha fatto amicizia con 4/5 bambini che, tutt’ora, sono quasi gli unici che frequenta. Infatti le maestre mi dicevano che era un po’ chiuso, meno maturo per l’età che aveva, ma che sicuramente avrebbe recuperato con l’età.
Così è andato avanti con il liceo che, per me, a causa del Covid, ha peggiorato il tutto. Rimaneva chiuso nella stanza e usciva solo per mangiare. Di tutti i compagni di liceo non ha fatto amicizia o creato complicità con nessuno e sia loro che i professori, da quanto raccontato da lui quando era saturo, lo schernivano perché partecipava poco o “si sentiva” poco e lui si ritirava ancora di più.
Ho provato a mandarlo dalla psicologa della scuola, ma lei in poche sedute mi ha detto che è fondamentalmente timido e quindi fatica, ma nulla di più.
Sin dalle elementari l’unico sport o sfogo per lui è la palestra, ha anche gareggiato e vinto. Io e il papà lo abbiamo sempre sostenuto.
Gli unici amici con cui esce sono rimasti quelli delle elementari e, se loro, per puro caso, coinvolgono altri conoscenti o vanno a qualche serata organizzata, lui non partecipa quasi mai perché mi dice che con la confusione “non si sente a suo agio”.
Poi ho notato che da piccolo si faceva fotografare tranquillamente e sorrideva, mentre dalle superiori è restio ai selfie, anzi, se scopre che lo sto fotografando si copre il viso e si critica sempre sull’aspetto. Ed è un bel ragazzo, fisico asciutto, non ha problemi se non che fino alle medie portava gli occhiali da vista, poi li ha tolti e non vuole rimetterseli né usare le lenti a contatto perché non riesce a metterle e toglierle. Si critica sempre.
Ora, tramite una conoscenza, parente di uno dei cosiddetti unici amici, da quasi un anno vive in Germania. Lavora e si è iscritto in palestra. Tra alti e bassi è andato avanti, ma ieri sera per la prima volta si è sfogato piangendo al telefono, non tanto per il mestiere che fa, ma per il suo carattere chiuso, incapace di fare altre conoscenze o amicizie. Solo il saluto fra colleghi e basta.
Inizia a sentirsi criticato dai colleghi che lo bollano, come a scuola, come “trasparente” o “muto”. Lui ne soffre e si maledice perché sa di essere così ma non riesce a cambiare, perché dice di essere fatto così.
Lo sproniamo sempre, sin da piccolo, io e il padre, a cercare di farsi scivolare addosso tutte le critiche e di provare a cambiare un poco. Gli abbiamo sempre detto che, se non si trova bene, casa è sempre aperta. Ha una sorella più grande, sposata, nata dal mio primo matrimonio e anche con lei si confida poco.
Come posso aiutarlo?

10 risposte degli esperti per questa domanda

Capisco la preoccupazione. Da quello che descrive, suo figlio mostra un quadro che merita molta attenzione: isolamento sociale persistente, ansia nelle situazioni con più persone, forte autocritica sull’aspetto e una sofferenza che ora è diventata esplicita. Il fatto che si sia aperto piangendo è un segnale importante: sta chiedendo aiuto, anche se non con parole dirette.

Quello che racconta fa pensare a diversi elementi che spesso si intrecciano: Come Tratti di ansia sociale / fobia sociale 

Evita le serate e la confusione perché “non si sente a suo agio”. Non è timidezza: è una risposta di allarme del corpo. Il cervello legge quelle situazioni come pericolose. I commenti dei colleghi “trasparente/muto” diventano la conferma di una paura che ha già. come genitori, potrebbe essere utile 

1. Smettete di spronarlo a “fregarsene” o a “cambiare un poco” 

So che lo fate per amore, ma per una persona con ansia sociale quel consiglio suona come: “per me è facile, perché tu non ci riesci?”. Si sente ancora più sbagliato. La frase “casa è sempre aperta” è bellissima, ma rischia di diventare la via di fuga che conferma che “lì fuori non ce la farà mai”.

2. Validate prima di tutto il dolore 

Quando vi ha chiamati piangendo, la cosa più terapeutica è: “Deve essere stato durissimo tenere tutto dentro per un anno. Grazie di avermelo detto. Immagino quanta fatica fai ogni giorno. Non sei solo”. 

Validare non vuol dire arrendersi. Vuol dire: “vedo che stai male e ci credo”. Solo dopo si ragiona sulle soluzioni.

3. Spostate il focus da “diventa estroverso” a “riduci la sofferenza” 

 L’obiettivo è che smetta di maledirsi e che possa avere 1-2 relazioni significative oltre a voi. Si parte da lì. La palestra in Germania è già un ancoraggio: non ha mollato quella.

Proponete un aiuto professionale come “allenamento”, non come “cura"

Dott.ssa Caterina Scorsone

Dott.ssa Caterina Scorsone

Agrigento

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Buongiorno, grazie per avermi contattata e per aver condiviso con me la situazione di suo figlio.
Se lo ritiene opportuno, può tranquillamente girargli il mio contatto telefonico, sarò disponibile a conoscerlo e a capire insieme a lui come poterlo aiutare. Considerando che si trova in Germania, possiamo eventualmente iniziare un percorso a distanza, in modo flessibile e rispettando i suoi tempi. Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento. Un caro saluto.

Dott.ssa Alessia Cascio

Dott.ssa Alessia Cascio

Agrigento

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Cara Donatella,

da ciò che racconta non parlerei semplicemente di “timidezza”. Suo figlio sembra portare da anni una fatica importante nelle relazioni, con ritiro, paura del giudizio, autocritica sull’aspetto e sofferenza per il sentirsi “invisibile”. Non significa che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lui, ma che merita uno spazio competente dove poter capire cosa gli accade. Il primo aiuto, per voi genitori, è non spingerlo a “cambiare carattere”, perché rischia di sentirsi ancora più inadeguato. Meglio dirgli: “Mi dispiace che tu stia così. Non devi affrontarlo da solo. Possiamo cercare qualcuno che ti aiuti a capire questa sofferenza, senza giudicarti”. Gli proporrei con delicatezza un percorso psicologico individuale, anche online in italiano se vive in Germania. Non per “aggiustarlo”, ma per aiutarlo a dare un nome a ciò che vive, lavorare sulla paura del giudizio, sull’autostima e sulle relazioni. Se dovesse parlare di non farcela più, di farsi del male o di non voler vivere, invece, è importante attivare subito un aiuto urgente nel luogo in cui si trova.

Il fatto che abbia pianto con voi è già un segnale prezioso: si è aperta una porta. Entrateci con presenza, non con pressione,

Un caro saluto

Dott.ssa Sara Marcon

Dott.ssa Sara Marcon

Vercelli

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Buon pomeriggio Signora Donatella, capisco quanto questa situazione la faccia sentire impotente e preoccupata. In realtà il primo passo potrebbe essere lavorare su di lei insieme, per ridurre l'ansia, recuperare un po' di stabilità e sicurezza, per essere un riferimento genitoriale più solido.

Spesso senza volerlo la preoccupazione non è utile all'evoluzione e raggiungimento di un'autonomia nei confronti del giovane che a sua volta potrebbe trovare utile un ulteriore supporto esterno professionale, identificabile in uno psicologo con il quale lavorare su vissuti, sentirsi ascoltato e compreso per costruire strategie da utilizzare nelle relazioni, più serene ed efficaci.

Signora Donatella, ritenesse utile iniziare lei un percorso per lavorare sulle sue emozioni, per aiutarlo direttamente in modo concreto anche online, possiamo lavorare in modo mirato, individuale, resto a disposizione per accompagnarla in questa fase. Sperando di esserle stata d'aiuto, la saluto. 

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Salve, la situazione che  descrive è molto delicata e complessa. Credo sia necessario un lavoro psicoterapico che consenta di comprendere cosa siano questa difficoltà e come potersene occupare.

Può parlarne con lui, che eventualmente deciderà se chiedere aiuto.

Se deciderà di farlo, mi rendo disponibile lavorando online. Altrimenti potrà valutare un o una collega li dove vive .

Dott.ssa Glenda Pontillo

Dott.ssa Glenda Pontillo

Agrigento

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Gentile Donatella,

da quello che racconti si percepisce un ragazzo che per anni ha cercato di adattarsi a un mondo che per lui è sempre stato un po’ troppo rumoroso, troppo veloce, troppo esigente. Non è mai stato “sbagliato”, né “immaturo”: è sempre stato sensibile, introverso, più attento a ciò che sente che a ciò che deve mostrare. E quando un bambino così cresce in contesti scolastici dove la timidezza viene scambiata per disinteresse, dove il silenzio viene interpretato come mancanza, dove i compagni lo etichettano come “trasparente”, è inevitabile che si chiuda ancora di più.

Il Covid ha amplificato tutto questo. Per molti ragazzi è stato un periodo difficile, ma per chi già tendeva a ritirarsi, a proteggersi, a stare nel proprio mondo, è stato un vero spartiacque. La stanza è diventata un rifugio, ma anche una prigione. E quando si esce da anni così, non basta “voler cambiare”: serve tempo, sicurezza, qualcuno che lo aiuti a ricostruire un’immagine di sé che non sia basata sulle critiche ricevute.

Il fatto che oggi, a 21 anni, viva in Germania, lavori, si mantenga, vada in palestra, provi a costruirsi una vita… è già un enorme atto di coraggio. Ma il coraggio non cancella la fatica. E quando ieri si è messo a piangere al telefono, non stava dicendo “sono debole”: stava dicendo “sono stanco di sentirmi sempre fuori posto”. È un dolore che nasce da lontano, da anni in cui si è sentito osservato, giudicato, mai davvero compreso.

La difficoltà a fare nuove amicizie, il disagio nella confusione, la paura di essere criticato, il rifiuto di farsi fotografare, l’attenzione eccessiva al proprio aspetto… non sono capricci. Sono segnali di una fragilità che si è strutturata nel tempo, probabilmente legata a un’autostima molto bassa e a un’immagine di sé che lui percepisce come insufficiente. E più si sente “trasparente”, più si convince di esserlo davvero.

Tu e suo padre avete fatto ciò che potevate: lo avete sostenuto, incoraggiato, rassicurato. Ma ci sono aspetti che un genitore, da solo, non può contenere. Non perché manchi qualcosa in voi, ma perché alcune ferite hanno bisogno di uno spazio neutro, protetto, dove lui possa finalmente raccontarsi senza sentirsi giudicato o “da correggere”.

La cosa più importante ora non è spronarlo a “cambiare”, ma aiutarlo a capire che non deve farlo da solo. Che la sua sensibilità non è un difetto, ma una parte di sé che può imparare a gestire. Che esistono percorsi psicologici pensati proprio per ragazzi come lui, che faticano nelle relazioni, che si sentono invisibili, che non riescono a trovare un posto nel mondo.

E soprattutto, che non è “fatto così” in modo immutabile. È così perché per anni ha dovuto proteggersi. Ma può imparare a stare nel mondo in un modo diverso, più sicuro, più libero, più suo.

Il vostro compito, ora, è offrirgli ascolto senza pressione, presenza senza giudizio, e la possibilità, quando sarà pronto, di chiedere un aiuto professionale che lo accompagni a costruire una versione di sé meno fragile e più fiduciosa.

Se vuoi, posso aiutarti a capire come parlargli, come proporgli un supporto senza farlo sentire sbagliato, e come sostenerlo emotivamente mentre attraversa questo momento così delicato. Non siete soli in questo,

Vi saluto cordialmente,

Dottoressa Arianna Bagnini, Psicologa Clinica, del Lavoro, Risorse Umane, Organizzazioni.

Ricevo anche Online 

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Cara, ascoltare la sofferenza e il senso di inadeguatezza del proprio figlio, soprattutto quando si trova lontano da casa, genera un senso di impotenza e una grande preoccupazione in ogni genitore.

Il comportamento di tuo figlio non va letto come un difetto di fabbrica o un "carattere da correggere", ma come il risultato di una storia emotiva complessa. La chiusura iniziata alle elementari, il periodo del Covid (che ha privato un ragazzo in età di sviluppo dei contatti sociali necessari) e le prese in giro subite al liceo hanno creato in lui una sorta di meccanismo di difesa. Per proteggersi dal giudizio e dalla paura di non essere all'altezza, si è isolato nel suo "porto sicuro" (i vecchi amici, la palestra). Il rifiuto delle foto e le critiche sul suo aspetto, iniziate quando ha tolto gli occhiali, non sono banali lamentele. Possono indicare una forte insicurezza legata a come si percepisce e a come teme di essere visto dagli altri. La palestra, in questo senso, è sempre stata il suo modo per canalizzare le energie e mantenere il controllo sul proprio corpo. La sua esperienza all'estero è un atto di grande coraggio. Tuttavia, la pressione di un ambiente lavorativo in lingua straniera, unita alla difficoltà di stringere nuove relazioni, ha fatto crollare il suo sistema di protezione. Quando dice "sono fatto così", esprime la frustrazione di chi vorrebbe aprirsi ma si sente sopraffatto dall'ansia sociale e dal terrore di risultare "invisibile" o "muto". Puoi aiutarlo concretamente tramite una presenza accogliente e non giudicante, dire a un ragazzo ansioso o insicuro di "farsi scivolare le critiche addosso" o di "provare a cambiare" può farlo sentire incompreso. Quando sminuiamo la sua difficoltà, lui potrebbe pensare di non essere abbastanza agli occhi dei genitori. Prova invece a dirgli: "Capisco quanto sia difficile per te trovarti in questo ambiente in Germania. È normale sentirsi soli e avere paura di non riuscire ad aprirsi. Noi ti amiamo esattamente per come sei".

Il suo blocco emotivo e relazionale non è un capriccio, ma una reale difficoltà di gestione dell'ansia sociale, visto che si trova in Germania, potresti suggerirgli, con delicatezza, la possibilità di fare qualche seduta di psicoterapia online con un professionista in lingua italiana. Questo gli darebbe uno spazio protetto dove lavorare sulla propria autostima, sulla timidezza e sulla paura del giudizio.

Cara Silvia, ti auguro di trovare la strada per far sentire a tuo figlio tutto il vostro sostegno.

Un caro saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Buongiorno Donatella,

in questo momento per tuo figlio può essere davvero utile avere uno spazio neutro in cui parlare di ciò che sta vivendo e trovare strumenti più adatti per affrontare le sue difficoltà nelle relazioni e nella quotidianità. Un percorso con uno psicologo gli permetterebbe di dare un senso a quello che prova e di alleggerire un peso che, da solo, fa molta fatica a gestire.

Il vostro ruolo, come genitori, resta importante. Potete offrirgli un ascolto tranquillo, senza pressioni né soluzioni immediate, così che quando decide di aprirsi senta di avere un luogo sicuro in cui farlo. Allo stesso tempo potete aiutarlo, se lo desidera, a orientarsi nella scelta di un professionista nella città in cui vive ora o anche online.

È prezioso che sappia che casa per lui è sempre aperta: questo gli dà una base sicura da cui sentirsi sostenuto. Ma è altrettanto importante accompagnarlo, con delicatezza, a costruire la sua autonomia e le sue nuove relazioni, perché è lì che potrà trovare un equilibrio più stabile per il suo futuro.

Un caro saluto

Dott. Emanuele Santarelli

Dott. Emanuele Santarelli

Dott. Emanuele Santarelli

Milano

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Gentile Signora,

dalle sue parole emerge tutta la preoccupazione di una madre che negli anni ha visto il proprio figlio fare sempre più fatica nelle relazioni e soffrire profondamente per questa difficoltà. Il fatto che sia riuscito a lasciarsi andare al pianto e a parlare apertamente del suo disagio è un elemento importante: probabilmente, dietro il suo apparente “chiudersi”, c’è una sofferenza che per molto tempo ha cercato di gestire da solo.

Quello che descrive non sembra semplicemente “timidezza”. Suo figlio pare vivere un disagio nel contatto sociale, accompagnato da paura del giudizio, e una tendenza a ritirarsi quando si sente osservato o criticato. Anche il rapporto con la propria immagine, il coprirsi nelle fotografie e l’autocritica costante fanno pensare a una fragilità dell’autostima che negli anni potrebbe essersi consolidata, soprattutto dopo esperienze scolastiche vissute come umilianti o escludenti.

È importante sottolineare che il problema non è una mancanza di volontà: spesso chi vive queste difficoltà sa bene cosa vorrebbe cambiare, ma non riesce a farlo semplicemente “sforzandosi di più”. Per questo frasi come “devi fregartene” o “prova a cambiare” — pur dette con amore e con le migliori intenzioni — rischiano involontariamente di aumentare in lui il senso di incapacità.

Allo stesso tempo, dal suo racconto emergono anche risorse significative: suo figlio ha lavorato, si è trasferito all’estero, mantiene alcuni legami stabili nel tempo e ha trovato nella palestra un contesto in cui sentirsi competente e valorizzato. Sono aspetti molto importanti da cui partire. 

Credo che in questo momento potrebbe essergli utile un percorso psicologico mirato, che lo aiuti a comprendere più a fondo il proprio funzionamento emotivo e relazionale, in un suo spazio dedicato in assenza di giudizio. Spesso, quando queste difficoltà vengono accolte e comprese in uno spazio adeguato, è possibile lavorare sull’autostima, sulla gestione dell’ansia sociale e sul modo di stare in relazione con gli altri.

Anche lei, come madre, può aiutarlo soprattutto continuando a offrirgli ascolto e vicinanza emotiva, trasmettendogli il messaggio che non deve affrontare tutto da solo.

Se lo desidera, resto disponibile per un colloquio di approfondimento, così da comprendere meglio la situazione e valutare insieme quale tipo di supporto possa essere più adatto per lui e per voi come famiglia.

Gentile Donatella,

comprendo la Sua preoccupazione, così come anche intuisco la sofferenza di Suo figlio, con ipotetica componente traumatica che possa riguardare il Suo un precedente matrimonio.

Più che farsi scivolare le critiche e più che centrarsi su un cambiamento, penso abbia bisogno di essere accolto, ascoltato, amato, per come è.

Il contesto familiare può aiutare, è la prima società in cui si è trovato ad interagire, così come può essere favorevole la rete amicale, ma potrebbe non bastare.

Ci sono e ci siamo professioniste e professionisti disponibili per aprire spazi di ascolto, accoglienza, accoglimento in cui poter raccontare esperienze e vissuti e poter riconoscere ed esprimere le proprie emozioni.

Resto a disposizione,

drssa Chiara Lecca

Dott.ssa Chiara Lecca

Dott.ssa Chiara Lecca

Cagliari

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