Problemi relazionali

Come posso credere di più in me stessa?

Deborah

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Mi sento spesso fuori luogo. Quando mi trovo in un gruppo di persone che non conosco o non sono ancora mie amiche sento di dover entrare in una “parte” che non mi appartiene. È come se dovessi fingere di essere felice e di sentirmi nel posto giusto, ma in realtà non mi sento adatta. Ho 26 anni e negli ultimi anni ho scoperto di essere una persona timida. Da piccolina era molto spavalda forse perché non avevo consapevolezza di me e volevo nascondere questo mio “problema”. Mi capita di incontrare persone per strada e di arrossare in viso mentre le saluto, anche persone di cui fondamentalmente poco mi importa, non importanti per me. Questo mi fa sentire profondamente a disagio e non capisco perchè mi succeda. So di avere delle qualità, di essere intelligente e sensibile ma purtroppo spesso mi sento inferiore ai contesti in cui mi trovo e questo mi crea profondo dispiacere. Con le persone che invece conosco sono completamente diversa, anzi me stessa: chiacchierona, solare, divertente, buffa. Vorrei riuscire a capire cosa scaturisce questa timidezza e poca sicurezza. Vorrei non dover più arrossire, vorrei essere più sicura.

6 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Salve Deborah, 


dal suo racconto emerge una buona consapevolezza delle sue difficoltà e una capacità di auto-osservazione maturata sicuramente negli anni.


Per comprendere meglio questo senso di inadeguatezza che avverte sarebbero opportuni alcuni colloqui psicologici per valutare un eventuale percorso di sostegno o psicoterapia.


Un cordiale saluto.

Cara Debora,


dici che quando sei in presenza di persone che non conosci ti sembra di dover recitare una parte che non ti appartiene, che hai scoperto di essere timida e di sentirti spesso a disagio.


Allo stesso tempo ti riconosci tutta una serie di importanti qualità e riesci a "venir fuori" quando sei con le persone che conosci.


Ti chiedi cosa possa aver fatto scaturire questa timidezza e questo senso di insicurezza. Le risposte potrebbero essere davvero tante, come ti hanno già scritto i colleghi, e probabilmente potrai trovarle facendo un lavoro su di te, con l'aiuto di uno psicologo.


Allo stesso tempo io vorrei fare a te delle domande: come vorresti sentirti nelle situazioni che descrivi? Che tipo di qualità vorresti che anche chi non ti conosce bene possa apprezzare? Quanto ti senti limitata da questa insicurezza rispetto al raggiungimento dei tuoi obiettivi di vita?


E soprattutto: Quanto conta per te questo cambiamento?



Spero che sulla base delle risposte a queste domande potrai riflettere sui passi che puoi e vuoi compiere.


Resto a tua disposizione.


In bocca al lupo

Cara Deborah, leggendo la tua lettera è difficile capire fino in fondo il tuo problema. Mancano informazioni importanti su di te e sulla tua vita attuale e passata senza le quali è impossibile e azzardato avanzare ipotesi.


Si evince, in ogni modo, che hai comunque delle amicizie dove, a tua detta, riesci a essere spontanea e tranquilla.


Di fronte agli estranei è comune e frequente, un po' per tutti, un iniziale senso di inadeguatezza e un atteggiamento più formale ed impostato. L'arrossire, poi, è una reazione da molti odiata e temuta, indice di timidezza, introversione e sensibilità, doti straordinarie a mio parere.


Per superare il tuo vissuto di inferiorità, forse, dovresti iniziare a considerare proprio questo e ad accettarti come sei.


Se, tuttavia, il disagio che vivi risulta per te troppo intenso, ti suggerisco di approfondire attraverso una psicoterapia personale che ti aiuti praticamente a risolvere il problema.


Qualora avessi intenzione, resto a tua disposizione.

Buongiorno Deborah, la sensazione di sentirti fuori luogo e questa tua insicurezza credo provenga da più tempo. Dovremmo capire come sono i tuoi genitori, qual'é il loro atteggiamento nei tuoi confronti, quanta autostima hai respirato in famiglia. Poi potremmo lavorare sulle situazioni che ti creano disagio e fare in modo che il tuo modo di stare nel "mondo" sia più sicuro e meno esitante. Se vuoi contattami , potremmo fare un primo incontro conoscitivo gratuito.


 

Ciao Deborah, non ci sono nel tuo scritto informazioni su quello che fai, studio, lavoro, ecc.. ma la generalità del tuo disturbo in presenza di estranei sembra configurare una “fobia sociale”. E’ vero che quando eri più piccola eri spigliata e senza paura, però allora eri comunque in una dimensione protetta: i bambini si adattano anche a genitori molto negativi pur di non essere abbandonati. Non so se questo è il tuo caso, ma genitori che attuano un’educazione estrema o sul versante protettivo o sul versante critico, possono determinare una fragilità che emerge quando ci si espone veramente nella vita, dopo l’adolescenza, a scelte importanti affettive o di lavoro. Ecco l’insicurezza verso persone o cose nuove. Si chiama “fobia” proprio perché non c’è in genere una motivazione reale o una paura contingente. Un lavoro di terapia analitica può aiutarti sicuramente a smarcarti da questioni educative. C’è però anche un filone di ricerca che nella fobia sociale  vede una difficoltà attuale di reagire in modo opportuno nelle situazioni, a pensare in modo valido, determinando risposte psicofisiologiche d’allarme. In questo caso è più indicata la terapia cognitivo comportamentale.

Cara Deborah,


la descrizione della sua situazione è compatibile con un problema di ansia sociale. Lei dice che questo problema è apparso alcuni anni fa. Sarebbe utile scoprire cosa possa averlo innescato. Solitamente l'ansia sociale viene mantenuta da pensieri del tipo "non sono all'altezza" che vengono amplificati dal fatto di diventare rossa per l'ansia. In pratica va in ansia per il fatto di avere l'ansia perchè interpreta la sua ansia come conferma del fatto di non essere all'altezza.


Di solito l'ansia sociale ottiene dei buoni risultati nel trattamento cognitivo comportamentale. Il mio consiglio è di cercare un buon terapeuta cognitivo comportamentale che possa aiutarla perchè le prove di efficacia su questo tipo di disagio lasciano sperare in un buon esito. 

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