Psicologia del Lavoro

Demotivazione incotrollabile

Flavio

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Buongiorno a tutti.
Sono un uomo di 55 anni, ad agosto ne compirò 56.
Sono sempre stato un appassionato della vita, camaleontico. Ho svolto e svolgo un'attività, per me, molto interessante. Sono un programmatore di macchine ed impianti automatici.
Un' attività molto richiesta e che appassiona tanti .. forse troppi.
Fino a qualche anno fa seguivo lavori diversificati, viaggiavo molto in Italia e spesso anche nel mondo.
Nel 2011, a causa della crisi, sono stato "gentilmente" messo in cassa integrazione e mobilità.. quindi
licenziato definitivamente dopo un anno.
Premesso che ho moglie e un figlio (stupendo in tutti i sensi) e sono a carico mio.
Viviamo a Bologna anche se siamo di origini pugliesi e non abbiamo alcun parente quì in Emilia Romagna.
Da allora è iniziato un calvario che non potrei certo raccontare in questo contesto .. se fossi uno scrittore lo avrei potuto pubblicare su un libro o un film se fossi un regista: ma comunque, si può immaginare.
Mio figlio nel 2011 aveva solo 4 anni! Tuttavia sono riuscito sempre a trovare lavoro anche se a tempo determinato. Nel 2014 mi sono rimesso in gioco e ho seguito un corso di formazione professionale per quasi 7 mesi.
Al termine del corso e grazie a tanti contatti ricevuti sono riuscito a trovare un lavoro stabile in una grande azienda di Bologna conosciuta in tutto il mondo. L' IMA.
Non sono assunto direttamente, ma sono un cosiddetto "esterno", che significa che la mia azienda presta alcuni lavoratori alla IMA e questi lavorano come dei dipendenti IMA, solo che lo stipendio viene pagato da un'altra azienda. Insomma, una sorta di mercenario. Dovrei essere contento, realizzato ed invece è tutto il contrario. Dalla mattina alla sera sto davanti ad un computer.
Utilizzano sistemi che non conosce nessuno e quindi non potranno essere applicati da nessun altro se non all'interno stesso dell'IMA.
Le mie esperienze non possono essere utilizzabili quì dentro.
E come avrei mai potuto immaginare?
Sto disimparando molto velocemente tutto ciò che in 30 anni di fatiche, ma anche di passione ho imparato e che tanto mi  è servito anche perchè, penso, grazie a questo ho trovato sempre e subito lavoro.
Sono sommerso da decine e decine di programmatori di cui il 99,9 % sono giovani laureati.
Io sono soltanto diplomato e nemmeno così giovane, anche se dentro mi sentivo un fermento da ventenne.
Le giornate sono cadenzate sempre dalle stesse cose, come se fossimo dei burattini.
Insomma, è una catena di montaggio moderna. Mi sembra di impazzire. A poco a poco, è svanita la mia passione, sono svaniti tutti gli stimoli. Non riesco più a trovare alcun motivo, se non quello di uno stipendio che arriva a fine mese. Quì mi sento proprio un numero..anzi.. un decimale.
Ho avuto possibilità di andare via in altre aziende da cui ho avuto offerte di lavoro. Però mi prospettavano una frequenza di viaggi troppo alta e allora, stupidamente forse, ho rifiutato.
Vorrei cercare anche di cambiare addirittura lavoro. Seduto davanti a un PC più di 8 ore al giorno in un ufficio tecnico non fa col mio temperamento. Sono stato e sono anche uno sportivo praticante.
A casa torno sempre nervosissimo e quindi mia moglie che non sa più cosa consigliarmi, è in seria difficoltà. Sto perdendo interesse anche per la vita stessa.
Arrivano momenti in cui vorrei farla finita e forse mi mantiene soltanto la mi fede, sono un credente.
Ma ho paura; ho paura che possa impazzire davvero. E' diventato un chiodo fisso che mi sta divorando.
Non so più che strada seguire, ammesso che ci sia in Italia una strada per chi ha la mia età.
Mi accorgo che non riesco più a ridere, ad avere amicizie, tutto mi sembra senza significato e spesso anche molto superficiale.. qualsiasi cosa io veda in giro assume queste caratteristiche.
Mi lamento in continuazione da quando mi alzo a quando vado a letto, allontanando, quindi, chiunque.
Adesso sto prendendo anche un antidepressivo naturale e a base di iperico.
Cerca un valido aiuto prima che sia troppo tardi e a farne le spese sarebbero anche mia moglie mio figlio che non c'entrano niente. Spero mi possiate dare davvero una mano in questo pantano.

Grazie

7 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Buongiorno,


credo che l'aiuto più grande vada ricercato proprio nelle sue qualità , nella poliedricità dei suoi interessi, nella passione di cui non può fare a meno.Spesso si pensa che svolgere un lavoro dipendente dia sicurezza e stabilità, al contrario, in alcuni casi, come mi sembra il suo, non c'è niente di peggiore che sentirsi dipendente per lo stipendio. Mi descrive la sua demotivazione, il senso di inutilità e la sensazione di aver dimenticato tutto quello che aveva appreso negli anni di lavoro e soprattutto di esperienze precedenti. Credo che la demotivazione si alimenti anche della rabbia per non essere riconosciuto, per non avere il suo ruolo, per la mancanza di interesse, una rabbia che rivolge contro sè stesso.


Un buon principio nei momenti di crisi lavorativa è pensare a come lavorare meglio, come riattivare il proprio entusiasmo, come alimentare la curiosità, sono questi i veri motori della vita psichica. Cercherei uno psicoterapeuta che le possa dare una mano in questo momento difficile e che la aiuti a vedere opportunità in questo momento di crisi.


Faccia delle scelte graduali ma progressive, si interessi, cerchi nuovi modi di rinfrescare le sue competenze lavorative. Se necessario, si reinventi...55 anni sono una buona età per svolgere lavori con mansioni importanti, sia da dipendente che da libero professionista. Lo stipendio è ovviamente essenziale, ma forse lavorando in proprio il margine disponibile potrebbe essere più alto e soprattutto avrebbe il più grande aiuto per e dal suo stato d'animo.


L'etimologia ci aiuta un pò, entusiasmo significa -dono degli dei-

Buongiorno,


posso capire che in questo momento lei veda un buon motivo per cui lamentarsi in continuazione; d’altra parte la nostra società, come afferma la nostra Costituzione, è una società basata sul lavoro… facciamo girare cioè la nostra vita intorno al lavoro perciò meglio sarebbe se questo fosse anche soddisfacente. Tuttavia dopo la crisi questa situazione non si verifica con tanta facilita.


E arriviamo così a lei….


Lei dice di esser sempre stato una persona “camaleontica” e porta anche validi esempi a sostegno di tale affermazione. Si è infatti spostato dalla Puglia a Bologna per lavoro e anche dopo il licenziamento è sempre riuscito a mettersi in gioco trovando diversi lavori anche se a tempo determinato;  questo dimostra che lei è riuscito ad adattarsi alle necessità imposte dalla situazione lavorativa in diverse occasioni, ad essere camaleontico come afferma lei stesso.


In quest’ultima occasione sembra però voler fare l’opposto; adattare cioè il lavoro alle sue precedenti esperienze che considera quelle che le hanno permesso di trovare sempre e subito un altro lavoro al momento del bisogno.


Ma è proprio sicuro che siano state queste esperienze acquisite a farle trovare subito un altro lavoro o forse, come dicevamo prima, la sua capacità camaleontica?


Inoltre ora siamo in un periodo in cui le tecnologie stanno prendendo sempre più piede anche nel campo lavorativo. Perché allora non sfruttare la sua capacità camaleontica e la possibilità offerta da quest’ultimo lavoro per acquisire nuove conoscenze che magari le potranno essere utili anche in occasioni future?


Si prenda un po’ di tempo per pensarci magari

La vicenda che lei racconta grida in più direzioni... non soltanto psicologiche. Tuttavia qui provo, con sforzo, a restringere il campo solo al lato psichico. Mi chiedo se sia possibile, e lecito, cercare una risposta su questo piano. Si può pensare a una ristrutturazione dei significati che lei attribuisce agli eventi? Ad esempio: lei afferma che ora tutto appare senza significato. Probabilmente afferma questo sulla base di certe sensazioni del corpo, della mente, che sono presenti oppure assenti, e danno l'idea dell'assenza di significato. Ora, volendo... tutto è privo di significato, se pensiamo a un qualche sostanziale valore che le cose dovrebbero possedere. quando i nostri occhi sono invasi da certi tipi di filtro, ogni cosa appare per quello che in fondo è: senza significato. Ma siamo in definitiva noi, ad attribuire significato alle cose, e lo facciamo seguendo certi coinvolgimenti del corpo, del cuore, della mente... e se questi sono momentaneamente spenti, tutto appare vuoto. Comincerei col dirle di accettare l'assenza di significato delle cose come un dato originario, immodificabile, all'interno del quale però noi, umani, troviamo il significato che noi attribuiamo alle cose, e per farlo dobbiamo:



  • smettere di cercare il significato che le cose dovrebbero attribuire a noi.

  • ripartire da ciò che sentiamo coi 5 sensi, poco per volta

  • interrompere le ruminazioni sul significato della vita, sulla ricerca di soluzioni... ecc. niente ha significato, se non quello che noi stessi attribuiamo.


La sua storia è certamente dolorosa, e questo è un altro punto: accettare il dolore come parte della propria esperienza umana.


 

Gent.le Flavio, leggo con attenzione e rammarico ciò che scrive. Mi dispiace molto della situazione che sta vivendo e posso immaginare lo stato di demotivazione e inutilità che percepisca, soprattutto in relazione alle esperienze del passato.


Le chiedo se non abbia mai pensato ad un percorso terapeutico per affrontare questi stato d' animo di tristezza, frustrazione, rabbia e isolamento sociale.


Nel suo caso sarebbe utile, in una psicoterapia, cercare di risolvere i conflitti che vive in merito a questa condizione e a capire che cosa la blocca di fronte ad esempio, a scelte alternative riguardanti il lavoro.


Sembra che, per lei, il lavoro sia l' elemento totalizzante con cui identificarsi ma d' altro canto quando arrivano altre offerte (che ritiene anche migliorative per il suo benessere psicofisico) lei le rifiuta. Forse è proprio lì il punto, capire che giusto peso e valenza da' a questo aspetto e indagare la modalita' con cui lo affronta. 


Ad ogni modo, una risposta scritta non può darle quella chiave di volta per il cambiamento dentro di lei, ma lo potrà fare un viaggio dentro se stesso con uno specialista.


Spero di esserle stata d' aiuto ad ogni modo.


Rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti,


Cordiali saluti.

Gentilissimo Flavio


Partirei dalla fine del suo resoconto andando per punti, tra alcuni che ha riportato.


Da quel senso di impantanamento in cui si sente intrappolato. Il pantano ricorda le sabbie mobili, una situazione entro la quale non si riesce né ad andare avanti né indietro. Tuttavia la soluzione di buon senso sembrerebbe una sola, ovvero andare avanti. La richiesta di aiuto che avanza è molto accorata e si percepisce da queste poche righe e, nonostante il quadro degli eventi sia chiaro, tutto quello che è successo a margine, o prima del licenziamento, sia dentro di lei sia in seno alla sua famiglia, non è altrettanto chiaro.


Emerge un senso di autosvalutazione dall’idea di essere un mercenario, quando in fondo si guadagna il pane e mantiene la sua famiglia e, se è pur vero che il lavoro non le piace, è comunque riuscito a ritrovare continuità e impiego in un momento storico in cui questo non è per nulla facile. Immagino che le esortazioni e gli incoraggiamenti da parte di sua moglie siano continui ma, a quanto pare, non sortiscono effetti positivi e nemmeno stimolano l’inventiva o la ricerca di strade diverse.


La considerazione che mi permetto di avanzare è quindi la seguente: se in un mercato del lavoro restrittivo e selettivo come quello attuale lei è riuscito ad inventarsi una nuova occupazione, sperimentando quindi la capacità di ricominciare, per quanto possa essere stato faticoso, come mai non rimette in moto la creatività e immagina, con pazienza, a qualcosa di nuovo?


Un tale avvilimento potrebbe nascondere aspetti e cause legate all’idea di sé, messa seriamente in discussione dal primo licenziamento, in un momento della vita, oltretutto, delicato per ogni uomo. Quando dice che sua moglie e suo figlio non c’entrano niente, se è plausibile da un lato, in un altro senso si potrebbe pensare che entrino nel definire la sua idea di responsabilità, dal momento che sono a suo carico e quindi dipendono da lei. Se considera che il lavoro nel suo caso ha soltanto una funzione strumentale di sopravvivenza materiale e non le porta una soddisfazione come quello precedente, il legame con il dovere potrebbe diventare estremamente coercitivo, provocando distorsioni del suo senso di soddisfazione.


I sintomi che descrive oscillano dal nervosismo, quando rientra a casa, alla disperazione e richiamano l’idea del "leone in gabbia".


Certamente le risposte che si possono fornire in questa sede procedono dalla lettura delle poche righe che ha postato e l’aiuto che richiede non può arrivare da risposte altrettanto brevi e superficiali. Mi auguro che gli spunti di riflessione che le ho suggerito, possano incoraggiarla ad affrontare la sua situazione presso uno/a psicoterapeuta  ed insieme a lui/lei cercare risposte a stati d’animo complessi e dolorosi che vanno certamente oltre alle difficoltà nel campo della professione.


La saluto cordialmente

Caro Flavio, io le consiglierei una visita da uno psichiatra che le suggerisca un vero antidepressivo, perché i suoi sintomi mi paiono già un po' importanti. Contemporaneamente potrebbe iniziare una psicoterapia per cercare di comprendere se il suo stato d'animo possa dipendere solo dal lavoro...e comunque per essere aiutato a reagire con più positività.


Molti auguri.

Buongiorno Flavio,


Da quello che descrive sembra attraversare una fase difficile di adattamento e probabilmente la diversa immagine di sé a lavoro sta condizionando la sua autostima e quindi l'umore generale.


Quando l'umore va giù è poi facile cadere in un "pantano" di pensieri sempre uguali e negativi. Un po' di psicoterapia potrebbe aiutarla molto a trovare la chiave giusta per vivere meglio i cambiamenti che ha descritto.


Sono disponibile su Bologna per una consulenza o per indicarle i servizi territoriali cui fare eventualmente richiesta.


Buona giornata.


 

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