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Identità

25 Settembre 2019

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Il concetto di identità è quanto di più labile, controverso e sfuggente si possa trovare, a mio avviso, nella dottrina psicologica.

E’ bene approfondirne il significato, vista la complessità degli aspetti che lo caratterizzano.    Identità, in senso psicologico, riporta all’individuo e lo qualifica come persona.  E’ un processo che gradualmente porta ad un senso di sé, a riconoscersi ed a qualificarsi in quello specifico modo, diverso rispetto a tutti gli altri. Ha a che fare con il tempo, quindi con la memoria, con la propria storia, che ci offre continuità e coerenza. Ognuno di noi si riconosce in quanto nato da quei genitori, vissuto in quella casa, in quel paese, con quei vicini, studente in quelle scuole con quegli insegnanti, e molto altro.

Chi perde la memoria perde l’identità.

Il neonato, il bambino piccolo non hanno un’identità definita perché il percorso di vita che hanno compiuto è troppo breve. L’adolescente ha più storia e quindi più elementi per riconoscersi, ma sono ancora troppo forti le incertezze, le ambivalenze e le contraddizioni, tutto è ancora in divenire e quindi l’identità è fluida. Un’identità più chiara e stabile è una conquista dell’età adulta, una volta superata la bufera adolescenziale, destabilizzante per definizione.

Ma l’altro elemento altrettanto indispensabile, e più profondo, è legato alla separazione ed alla differenza. E qui le note si fanno spesso dolenti! Separazione da chi? Dalla figura materna. Ma questo è avvenuto tanto tempo prima!?  Infatti. La formazione dell’identità è un processo che inizia agli albori della vita e forse non termina mai, come tanti altri meccanismi psichici.

La separazione dalla madre implica l’uscita dalla simbiosi primaria, quando la diade madre-figlio è un insieme indifferenziato, indispensabile per la sopravvivenza del bambino. La separazione psichica come premessa per l’individuazione, che dà al bambino la possibilità di esistere come essere a sé stante, con caratteristiche proprie e diverse da quelle della madre, “disposta” a lasciarlo andare e ad accogliere tali diversità.  Quello che è iniziato poco dopo la nascita e nei primissimi anni di vita si ripropone, spesso drammaticamente, nell’adolescenza, periodo che “decide” la direzione verso una forma più definita di identità. Se la separazione psichica non è avvenuta o non è conclusa, ma rimane una confusione fra la mente della madre e quella del figlio e l’individuazione si rivela pertanto appena abbozzata, l’identità adulta sarà approssimativa, non sicura, dai confini labili e la persona sarà predisposta alla dipendenza emotiva da chi gli sta intorno.

Gli risulterà difficile stabilire rapporti di coppia equilibrati e tenderà a riproporre relazioni di tipo simbiotico, indifferenziato ed avere richieste di adesione totale a sé. Anche come genitore tenderà a riproporre lo stesso modello con il figlio, che faticherà a vedere come un individuo diverso da sé, pur se con tratti simili.

 

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