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La separazione fra dolore fisico e dolore psicologico

Lisanna

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A causa di una patologia che agisce sulle articolazioni, soffro di dolore e stanchezza cronici. Fin da quando ricordo, i dolori sono stati più difficili da sopportare nei momenti di emozioni negative: quando provo rabbia, tristezza, solitudine. Immagino questo sia normale, ma la cosa innesca un circolo vizioso per cui se sono triste mi ritrovo ad avere male ad un ginocchio, alla spalla, alle dita. Inevitabilmente, mi ritrovo a concentrarmi sul dolore fisico e ho l'impressione di tralasciare sempre la cura di quello psicologico. Inoltre, questo meccanismo influisce sulla legittimità stessa del dolore fisico, perchè mi chiedo: me lo sto causando io? Voglio ritrovare la separazione fra le due sensazioni, anche solo per poter raccontare un momento triste senza bloccarmi nell'impossibilità di condividere un male che sta nelle mie ossa. Eppure l'unica strada che trova la mia mente è proprio quella di prendermi completa responsabilità del dolore fisico, come se fosse una mia invenzione. Se non avessi una diagnosi, me ne convincerei.

2 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Cara Lisanna,            


Il nostro psicosoma è un’inscindibile unità.


E’ naturale che i nostri stati emotivi si riflettano nel nostro corpo, così come i nostri stati fisici si ripercuotano sulla nostra psiche in una sorta di continuo circolo.


Da un punto di vista psicosomatico la nostra psiche si riflette puntualmente nel nostro corpo, proprio come se questo fosse uno specchio. Quello che accade nella psiche accade in modo sincronicistico nel corpo.


Ma la consapevolezza di questo inconscio processo contiene un’insidia perché potrebbe portarci a colpevolizzarci dei nostri disturbi e malattie fisiche. Allora sono io che me le creo? Potremmo dirci. E’ così in senso molto lato, infatti non è nella nostra mente cosciente la causa, se mai la causa è nel nostro inconscio.


Perché il nostro inconscio, a nostra insaputa, dovrebbe fare una cosa simile? Evidentemente nella nostra vita le cose non vanno tanto bene e, probabilmente da molto tempo. A causa di conflitti, frustrazioni, paure, traumi, inibizioni, colpe e molto altro, ci siamo imprigionati in situazioni che ci rendono infelici. Questa infelicità, a lungo sopportata senza trovare vie d’uscita, questa infelicità a lungo inascoltata, ma profondamente patita, prima o poi scende nel nostro corpo.


Cara Lisanna, la patologia alle articolazioni di cui soffre, che le provoca stanchezza e dolore cronici, certamente non è un’invenzione. Il fatto che si possa darne una lettura psicosomatica non la declassa certo a malattia immaginaria. Non deve minimizzarla né ignorarla, né farsene una colpa, dovrebbe invece cercare di comprenderla.


Si chieda che cosa questa malattia le impedisce di fare, si chieda quali sono i suoi desideri. Che cosa farebbe se guarisse? Che cosa vorrebbe realizzare? Che forma vorrebbe dare alla sua vita? Si chieda anche quali sono i vantaggi secondari che derivano dalla malattia.


Non dice quasi niente di sé ma voglio sottolineare queste sue parole: “quando provo rabbia, tristezza, solitudine…mi ritrovo ad avere male ad un ginocchio, alla spalla, alle dita. Inevitabilmente, mi ritrovo a concentrarmi sul dolore fisico e ho l’impressione di tralasciare sempre la cura di quello psicologico.”


Provi a fare attenzione ai suoi stati emotivi e provi a cogliere i sintomi fisici come un linguaggio del suo inconscio. Cosa le sta comunicando?


L’infiammazione delle articolazioni parla di una difficoltà a muoversi liberamente nella vita. Che cosa la sta bloccando a tal punto che l’inconscio è costretto ad urlare per farsi sentire.


Ha soltanto ventinove anni, le suggerisco di fare un percorso psicoterapeutico se le è possibile. Se vuole approfondire un po' alcuni concetti della psicosomatica potrebbe visitare il mio sito. Troverà i riferimenti nel mio profilo di Psicologi Italia. 


Le invio il mio più sentito incoraggiamento


 

Cara Lisanna,


il suo quesito è chiarissimo. Corpo e mente sono un'unica unità e qualche volta l'una parla per l'altra.


Le suggerisco di rivolgersi a una Medicina complementare. Nel suo caso le serve un ottimo agopuntore (ottimo nel senso di professionista capace di comprendere a fondo il suo malessere e inventare la sua mappa di terapia, non necessariamente seguendo pedissequamente i protocolli) o un ottimo omeopata di scuola rigorosamente unicista.


Uno di questi approcci la aiuterà a creare quell'ordine che le serve per cominciare a lavorarci su.


Tanti cari auguri.

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