Gentile Simonetta, dalle sue parole si sente tutta la fatica, la preoccupazione e anche il senso di impotenza di una madre che vede il proprio figlio fermo, disorganizzato e apparentemente disinteressato alla sua vita, senza riuscire a capire come aiutarlo davvero. Quando si assiste per tanto tempo a un andamento di questo tipo è comprensibile oscillare tra il desiderio di proteggerlo, la rabbia, il bisogno di scuoterlo e la paura di sbagliare ogni mossa.
Da ciò che racconta, suo figlio sembra trovarsi in una fase di forte blocco evolutivo, in cui si intrecciano probabilmente più aspetti: difficoltà nella gestione dell’ansia, scarsa tolleranza della frustrazione, disorganizzazione quotidiana, uso di hashish come possibile forma di regolazione e una crescente passività che rischia di consolidarsi nel tempo. Non è detto che tutto questo coincida con una “malattia” nel senso più netto del termine, ma è comunque una condizione di sofferenza e di stallo che merita attenzione.
Credo sia importante dirle una cosa centrale: in questo momento il punto non è trovare la frase giusta per convincerlo, né aumentare la pressione sperando che reagisca. Spesso, quando un giovane adulto è così bloccato, l’insistenza diretta sul “devi curarti”, “devi cambiare”, “stai buttando la tua vita” produce soprattutto irrigidimento, opposizione o chiusura. Non perché non ci sia un problema, ma perché lui probabilmente vive già dentro una faticosa esperienza di inadeguatezza, confusione e impulsività che non riesce a mentalizzare bene.
Questo non significa lasciare correre tutto. Significa però spostare l’intervento da una logica di scontro a una logica di confini chiari e posizione adulta. Lei non può obbligarlo a curarsi, se è maggiorenne e non vuole farlo, ma può lavorare su ciò che accade nella relazione e in casa. Per esempio, può essere utile distinguere con più chiarezza ciò che lei comprende da ciò che non intende più sostenere passivamente. Comprendere non vuol dire tollerare senza limiti.
Potrebbe quindi aiutarla provare ad assumere una posizione più ferma e meno oscillante, evitando sia il controllo continuo sia l’impotenza rassegnata. In concreto, può essere utile stabilire alcune regole essenziali di convivenza, poche ma chiare, realistiche e mantenibili: rispetto nei modi, partecipazione minima alla vita domestica, nessuna sostanza lasciata in casa, alcuni limiti condivisi. Non come punizione morale, ma come cornice relazionale. Un ragazzo in difficoltà ha spesso bisogno anche di un ambiente che tenga, non solo di qualcuno che insista.
Allo stesso tempo, può essere utile cambiare il linguaggio con cui gli si avvicina. Meno discorsi generali sul futuro o sul fallimento, più osservazioni concrete e meno accusatorie su ciò che vede: il ritmo sonno-veglia alterato, il ritiro, la fatica a orientarsi, l’uso dell’hashish, la perdita di iniziativa. A volte un ragazzo rifiuta l’idea di essere “malato”, ma può forse incontrare di più un discorso centrato sulla sua fatica attuale e sul fatto che non sembra stare davvero bene.
Un altro aspetto importante è che anche lei non resti sola in questa gestione. Spesso, quando il figlio non vuole farsi aiutare, è comunque molto utile che siano i genitori a chiedere uno spazio di consulenza psicologica per sé. Non perché il problema sia “solo vostro”, ma perché avere un luogo in cui comprendere meglio le dinamiche, regolare le reazioni emotive e costruire una linea educativa coerente può fare molta differenza. In certi casi è il primo vero passo terapeutico possibile.
Il rischio più grande, in situazioni come questa, è che in famiglia si crei un equilibrio doloroso ma stabile: lui si blocca, i genitori inseguono, si arrabbiano, si preoccupano, poi si sentono in colpa e ricominciano. Interrompere questo circuito richiede spesso un lavoro sul contesto, non solo sul ragazzo.
Mi sembra importante anche non ridurre tutto all’hashish, anche se certamente l’uso di sostanze può aggravare passività, demotivazione, ritiro e disregolazione. Probabilmente la sostanza non è l’unico problema, ma può essere uno dei modi con cui suo figlio cerca di tenere a bada qualcosa che non riesce a gestire diversamente.
Per questo, più che chiedersi soltanto “come faccio a cambiarlo?”, forse può aiutarla chiedersi: “come posso stare io in modo più saldo, lucido e coerente davanti a questa situazione?”. A volte è da lì che comincia un cambiamento possibile anche nell’altro.
Un confronto psicologico rivolto a lei, o ai genitori insieme, potrebbe aiutarvi a comprendere meglio come muovervi con suo figlio, senza né colludere con il suo blocco né trasformare ogni scambio in uno scontro. Anche quando un giovane adulto rifiuta inizialmente un percorso, lavorare sul contesto familiare può rappresentare un primo passo prezioso per aprire, nel tempo, uno spazio diverso.