Gentile Monica,
da quello che racconti si sente tutta la disperazione di una madre che sta lottando contro qualcosa di più grande di lei. Non è solo la dipendenza di tuo figlio: è la sua fragilità psichiatrica, la sua sofferenza, il suo chiedere aiuto e allo stesso tempo rifiutare l’unico percorso che oggi potrebbe davvero sostenerlo. È una situazione che logora, che fa sentire impotenti, che toglie il fiato. E tu sei lì, in mezzo, a cercare di tenerlo in vita mentre le porte che bussate sembrano chiudersi una dopo l’altra.
La verità, dolorosa, ma importante da vedere, è che il sistema sanitario, quando c’è una dipendenza attiva, tende a rimandare alla comunità perché è l’unico contesto che può contenere sia la parte psichiatrica sia quella tossicologica. L’ospedale non è strutturato per un percorso lungo, e un ricovero breve, senza continuità, non cambierebbe nulla. Per questo lo rimandano al SerD e al CSM. Non è cattiveria, è limite del sistema.
Ma c’è un punto fondamentale: il fatto che lui chieda il ricovero è un segnale enorme. Non tutti i ragazzi che usano crack e cocaina arrivano a dire “voglio essere ricoverato”. Questo significa che una parte di lui sa di essere in pericolo, sa di non farcela più, sa che ha bisogno di essere fermato. È una finestra che non va sprecata.
Il problema è che lui vuole un ricovero “ospedaliero”, perché lo vive come qualcosa di temporaneo, meno impegnativo, meno definitivo. La comunità, invece, la percepisce come una resa, come un’etichetta, come un “non tornerò più quello di prima”. Ma è proprio la comunità che oggi potrebbe salvarlo: non solo dalla sostanza, ma da se stesso.
Tu non puoi costringerlo, e questo è ciò che fa più male. Non puoi ricoverarlo contro la sua volontà se non c’è un TSO, e il TSO si applica solo in condizioni di pericolo immediato e documentato. Ma puoi fare una cosa importantissima: non sostituirti al sistema, non proteggerlo dalle conseguenze, non cercare soluzioni “intermedie” che lo tengano a galla ma non lo curino. Perché ogni volta che lo salvi, lui rimanda.
E puoi fare un’altra cosa: parlare con il SerD e il CSM chiedendo un percorso integrato, spiegando che lui è in una fase in cui chiede aiuto ma non accetta la comunità, e che avete bisogno di un ponte. A volte esistono percorsi di pre‑comunità, gruppi motivazionali, colloqui intensivi, interventi domiciliari, che servono proprio a portare il ragazzo a dire “ok, ci provo”.
Tu non sei una madre che non fa abbastanza. Sei una madre che sta facendo tutto ciò che può in una situazione che nessun genitore dovrebbe affrontare da solo. La tua impotenza non è un fallimento: è la misura della gravità della situazione.
E tuo figlio non è perso. È in una fase pericolosa, sì. Ma il fatto che chieda aiuto, che voglia essere ricoverato, che riconosca la sua sofferenza, significa che una parte di lui è ancora raggiungibile.
Un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica, del Lavoro
Eisorse Umane, Organizzazioni
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