Figlio tossicodipendente cosa fare?

Monica

Buonasera. Sono una mamma di un ragazzo di 22 anni che fa uso di crack, cocaina, hashish ecc. È borderline con cenni di schizofrenia (a dire dello psichiatra del CSM, conseguenza dell’abuso di sostanze), autolesionista, portato diverse volte in ospedale ed è stato ricoverato perché risultava positivo agli stupefacenti. È stato quindi rimandato al Sert. Nessuno lo ricovera. Lui vorrebbe essere ricoverato in ospedale o in una clinica psichiatrica, ma nessuno lo prende perché dovrebbe andare in comunità e lui non vuole, almeno per il momento. Non so più cosa fare. Grazie

7 risposte degli esperti per questa domanda

Gent.ma Monica. In base alla mia esperienza l'unica strada che può essere efficace in casi del genere è proprio la comunità Guarda caso è quella che il ragazzo rifiuta. Forse sente che lì sarebbe costretto a mettersi davvero in discussione. Le faccio i migliori auguri e resto a disposizione.   

G M

Buongiorno Monica, quello che sta provando merita attenzione e non dovrebbe affrontarlo da sola. Quando ansia e pensieri legati al timore di stare nuovamente male iniziano ad occupare così tanto spazio nel quotidiano è opportuno concedersi un aiuto professionale adeguato e continuativo, senza attendere che il disagio divenga insostenibile.

Se sente il bisogno di un confronto professionale, mi trova disponibile online, in uno spazio sicuro di ascolto e supporto. Un caro saluto.

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Gentile mamma,

Comprendo la sua paura ed il suo non sapere cosa fare per il bene di suo figlio. Ma in questi casi suggerisco di inserirlo in una comunità riabilitativa specifica. Ci sono tante comunità in tutta Italia che si occupano di questo: San Patrignano, Nuovi Orizzonti, Cenacolo ed ecc....sono comunità specifiche per la cura di pazienti come suo figlio ed inoltre anche voi come famiglia venite sostenuti ed aiutati. 

Cordiali saluti

Dr ssa Iolanda Lo Bue

Dott.ssa Iolanda Lo Bue

Dott.ssa Iolanda Lo Bue

Roma

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Cara, quello che stai descrivendo non è solo una situazione difficile, è un vero e proprio campo di battaglia emotivo e burocratico. Ti senti sola davanti a un muro di gomma istituzionale, mentre cerchi di salvare la vita a un figlio che è preda di un turbine di sostanze e sofferenza mentale.

Il problema è che il crack e la cocaina agiscono come benzina sul fuoco della sua fragilità borderline, creando quegli spunti schizofrenici che ti spaventano tanto. Il motivo per cui "nessuno lo ricovera" stabilmente in ospedale è che il reparto di psichiatria (SPDC) è strutturato per gestire l'acuzie (il momento del pericolo immediato), ma non la riabilitazione. Tuo figlio rientra in quella che chiamiamo "Doppia Diagnosi" (dipendenza + disturbo psichiatrico). Per questi casi esistono strutture specifiche che non sono le "comunità" classiche che lui immagina (e teme), ma dei Centri Residenziali per la Doppia Diagnosi. Spesso chi soffre come lui cerca l'ospedale perché è un luogo che deresponsabilizza: "mi curano loro". La comunità, invece, richiede una partecipazione attiva che in questo momento lo terrorizza. Non arrenderti ai "no" del SerD o del CSM. Devi agire sulla integrazione dei servizi: Tu sei in una posizione di "codipendenza forzata". Vivi nell'ansia costante della sua prossima crisi.

Cerca subito un'associazione di familiari di persone con disturbi psichiatrici o dipendenze (come l'ARAP o simili). Hai bisogno di parlare con chi ha già abbattuto quei muri burocratici. Per quanto sia doloroso, devi capire fin dove puoi arrivare. Se la convivenza diventa pericolosa per te, devi proteggerti. Non è abbandono, è sopravvivenza. Tuo figlio ha 22 anni, è giovanissimo. La sua mente è ancora plastica e, se si riesce a fermare l'abuso di crack, molti dei sintomi schizofrenici potrebbero rientrare. Ma serve un intervento coordinato. In questo momento, c'è qualcuno che ti aiuta a portare questo peso (un compagno, altri figli, amici) o senti di essere l'unica responsabile della sua vita?

Un caro saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Gentile Monica,

da quello che racconti si sente tutta la disperazione di una madre che sta lottando contro qualcosa di più grande di lei. Non è solo la dipendenza di tuo figlio: è la sua fragilità psichiatrica, la sua sofferenza, il suo chiedere aiuto e allo stesso tempo rifiutare l’unico percorso che oggi potrebbe davvero sostenerlo. È una situazione che logora, che fa sentire impotenti, che toglie il fiato. E tu sei lì, in mezzo, a cercare di tenerlo in vita mentre le porte che bussate sembrano chiudersi una dopo l’altra.

La verità, dolorosa, ma importante da vedere, è che il sistema sanitario, quando c’è una dipendenza attiva, tende a rimandare alla comunità perché è l’unico contesto che può contenere sia la parte psichiatrica sia quella tossicologica. L’ospedale non è strutturato per un percorso lungo, e un ricovero breve, senza continuità, non cambierebbe nulla. Per questo lo rimandano al SerD e al CSM. Non è cattiveria, è limite del sistema.

Ma c’è un punto fondamentale: il fatto che lui chieda il ricovero è un segnale enorme. Non tutti i ragazzi che usano crack e cocaina arrivano a dire “voglio essere ricoverato”. Questo significa che una parte di lui sa di essere in pericolo, sa di non farcela più, sa che ha bisogno di essere fermato. È una finestra che non va sprecata.

Il problema è che lui vuole un ricovero “ospedaliero”, perché lo vive come qualcosa di temporaneo, meno impegnativo, meno definitivo. La comunità, invece, la percepisce come una resa, come un’etichetta, come un “non tornerò più quello di prima”. Ma è proprio la comunità che oggi potrebbe salvarlo: non solo dalla sostanza, ma da se stesso.

Tu non puoi costringerlo, e questo è ciò che fa più male. Non puoi ricoverarlo contro la sua volontà se non c’è un TSO, e il TSO si applica solo in condizioni di pericolo immediato e documentato. Ma puoi fare una cosa importantissima: non sostituirti al sistema, non proteggerlo dalle conseguenze, non cercare soluzioni “intermedie” che lo tengano a galla ma non lo curino. Perché ogni volta che lo salvi, lui rimanda.

E puoi fare un’altra cosa: parlare con il SerD e il CSM chiedendo un percorso integrato, spiegando che lui è in una fase in cui chiede aiuto ma non accetta la comunità, e che avete bisogno di un ponte. A volte esistono percorsi di pre‑comunità, gruppi motivazionali, colloqui intensivi, interventi domiciliari, che servono proprio a portare il ragazzo a dire “ok, ci provo”.

Tu non sei una madre che non fa abbastanza. Sei una madre che sta facendo tutto ciò che può in una situazione che nessun genitore dovrebbe affrontare da solo. La tua impotenza non è un fallimento: è la misura della gravità della situazione.

E tuo figlio non è perso. È in una fase pericolosa, sì. Ma il fatto che chieda aiuto, che voglia essere ricoverato, che riconosca la sua sofferenza, significa che una parte di lui è ancora raggiungibile.

Un caro saluto

Dottoressa Arianna Bagnini

Psicologa Clinica, del Lavoro

Eisorse Umane, Organizzazioni 

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Dott.ssa Arianna Bagnini

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Perugia

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Monica buongiorno, purtroppo trattandosi di situazione con doppia diagnosi (psichiatrica e dipendenza da sostanze) la situazione è un po' più complicata! Bisogna avere pazienza e gestire la cosa con calma. Si può provare prima con una disintossicazione fisica con qualche giorno in una clinica a pagamento (se proprio non riuscite in ospedale) dopo sicuramente va inserito in una CT per tossicomanie! Questo dovete prima concordarlo con lui cioè deve essere una condizione assolutamente che lui deve accettare. Potete intanto prendere contatti con una CT conosciuta e con buon programma. Intanto parlate voi con un Responsabile della CT e fatevi seguire su come comportarvi per convincere vostro figlio. Con i miei auguri lascio un cordiale saluto.

Buongiorno, potrebbe provare a farsi seguire da uno psicoterapeuta privato se quelli dell'ASL non sono disponibili, ma considerata la giovane età, è molto probabile che sia necessario un coinvolgimento dei genitori nel percorso terapeutico. I genitori infatti hanno un rapporto più stretto con il ragazzo di quanto potrebbe avere lo psicoterapeuta e di conseguenza anche un maggior potere di influire sul ragazzo stesso.
Migliorare la comunicazione è in genere essenziale. Sul sito a mio nome può trovare un articolo che ho scritto assieme ad altri sulle tossicodipendenze "Silvia lo sai" e tenga presente che l'approccio da me utilizzato è molto efficace e veloce nel migliorare comunicazione e relazioni.
Tuttavia anche uno psicoterapeuta privato potrebbe valutare, se i risultati sono insufficienti, l'opportunità di un entrata in Comunità.

Dott.ssa Valentina Sciubba

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Roma

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