Gentile Corrado,
capita spesso che una parola usata in terapia rimanga dentro di noi come un’etichetta, anche quando la vita è andata avanti e quel malessere non ci appartiene più nello stesso modo. La “nevrosi”, soprattutto nella tradizione psicoanalitica milanese in cui sei stato seguito, non è una diagnosi rigida né una condanna: è un modo per descrivere il funzionamento emotivo di una persona che vive tensioni interne, conflitti, paure, modalità di pensiero che a volte la fanno soffrire, ma che restano comunque compatibili con una vita piena, affettiva, creativa.
Quando parli di “nevrosi lieve”, in realtà stai parlando di qualcosa che riguarda moltissime persone. Non è un disturbo, non è una malattia, non è un marchio. È il modo in cui la mente umana reagisce alle pressioni della vita, alle aspettative, ai legami, alle ferite del passato. È quella parte di noi che si irrigidisce un po’, che si preoccupa troppo, che interpreta in eccesso, che si difende anche quando non ce n’è bisogno. È una forma di sensibilità che, se non diventa sofferenza, è semplicemente parte dell’essere umani.
La verità è che sì, viviamo in un mondo in cui quasi tutti hanno una lieve forma di nevrosi. Perché quasi tutti abbiamo paure, insicurezze, modi ricorrenti di reagire, piccole rigidità che ci accompagnano. La differenza la fa il grado di consapevolezza: quando una persona, come te, ha fatto un percorso lungo, ha parlato, ha guardato dentro, ha dato un nome alle proprie fatiche, quella “nevrosi” non è più un ostacolo. Diventa un tratto, una sfumatura, qualcosa che si conosce e si sa gestire.
E forse è proprio questo il punto più importante: non è tanto il termine a definire chi sei, ma il fatto che oggi ti senti “abbastanza contento della tua vita”. Questo dice molto più di qualsiasi etichetta clinica. Significa che quel lavoro fatto negli anni ha funzionato, che hai trovato un equilibrio, che la tua mente non è più un luogo da temere ma un luogo che conosci.
Se vuoi, posso aiutarti a chiarire meglio cosa intendesse il tuo analista con quel termine e come si colloca oggi nella tua vita, così che quella parola non pesi più di quanto debba.
Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
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