Innamorarsi della Terapeuta

Ludovico

Mi rivolgo alla community di Psicologi.it perché sento il bisogno di confrontarmi con un professionista diverso dal mio, prima di (ri)affrontare la questione con la diretta interessata. Prima di iniziare tengo a fare una precisazione. Sto scrivendo sotto pseudonimo perché ho la sensazione che riuscirò ad esprimermi senza timore di venire riconosciuto, e di conseguenza giudicato. Fatta questa premessa permettetemi di fornirvi un po di contesto, così da fugare eventuali dubbi lasciati in sospeso. Mi chiamo Ludovico, ho ventiquattro anni e sono un aspirante scrittore. Vivo in un paesino di provincia del sud dove ho frequentato la scuola pubblica fino al conseguimento del diploma di maturità tecnica. Dopo un anno sabbatico non proprio meritato mi sono iscritto alla facoltà di architettura, senza però portare a compimento gli studi. E' a questo punto della storia che ho deciso di investire la mia giovinezza in funzione della letteratura, e non nell'architettura. Si tratta di un momento di fortissima crisi identitaria, per me, che mi ha portato a desiderare la vita che desidero oggi. Ho mollato l'università all'età di ventun'anni e per una serie di curiose circostanze sono finito a lavorare come benzinaio, in una stazione di servizio non lontana dal centro abitato. La prospettiva di un'entrata umile ma garantita mi ha trasmesso la serenità necessaria per soddisfare una necessità che bramavo da quando frequentavo l'università: affrontare un percorso di psicoterapia. Appena intasco il primo stipendio mi rivolgo subito ad un professionista locale, senza curarami affatto delle referenze o delle specializzazioni: tutto quello che desideravo era affidarmi alle cure di un professionista e che fosse, possibilmente, una donna bella e giovane. Non ricordo un'altra occasione in cui la fortuna ha giocato così tanto a mio favore. Da allora sono due anni che vengo seguito dalla dottoressa B, e non potrei ritenermi più soddisfatto del servizio che mi offre, seduta dopo seduta. Talvolta arrivo a dirmi, fra l'ironia e l'onestà, che se fossi finito nelle mani di un altro terapeuta non avrei evidenziato la stessa soddisfazione di cui tesso le lodi ogni volta che esco dallo studio di psicoterapia. Come ho accennato in capo a questo articolo, sono uno scrittore in erba: la curiosità, unita all'inguaribile desiderio di sapere, agisce in me come una seconda natura. Le persone che servo a lavoro - perfetti sconosciuti che s'intrattengono al massimo per una manciata di minuti - arrivano ad elogiarmi per il mio senso di osservazione, di cui faccio sfoggio per strappare una conversazione amichevole in un contesto forse un po' malfamato. Si tratta della stessa curiosità che mi aveva spinto, più o meno un anno fa, a giustificare quel felice stato d'animo che ho sempre sperimentato nei riguardi della terapeuta sin dalla primissima seduta, e di cui ho accennato poc'anzi. Ho scoperto che questo fenomeno, se di fenomeno si può parlare - ha un nome ed è stato ampiamente trattato e dibattuto nella letteratura scientifica: sto parlando del transfert. Naturalmente, a dubbio fugato, ne ho parlato anche con la diretta interessata. Il risultato di quella seduta, avvenuta ormai un anno fa, non ha fatto che rafforzare la stima che nutro verso i suoi confronti, e più in generale a tutte le persone che si prodigano in questo mestiere tanto bello quanto insidioso. Da qualche tempo a questa parte, diciamo pure tre mesi, questo transfert ha assunto una forma più complessa e che, in qualche modo, fatico a dominare. E' causa di sofferenza e ostacolo alla terapia. Provo dei sentimenti che vanno ben oltre al mero rispetto e all'ammirazione. La dottoressa esercita - sicuramente contro il suo volere - una carica erotica a dir poco travolgente sulla mia persona. Arrivo a dire che la diretta interessata rappresenta l'immagine unica e irripetibile del mio desiderio, anche se fra noi corre un mismatch anagrafico non indifferente. Lasciate che mi spieghi meglio. La signorina B ha trentasei anni, dodici più del sottoscritto, e rappresenta tutto quello che vado trovando in una donna. Tanto per cominciare la natura le ha donato un corpo e una effigee che metterebbero in difficoltà perfino il più fedele degli uomini. E' alta, bionda, con due occhi azzurri attenti e luminosi. La fronte è levigata, il naso è alla francese, la bocca sensuale ma non volgare. Inoltre ha gusto nel vestire, è misurata nel parlare. Si capisce che sa di essere una bella donna, e non ha il timore di esibire la sua bellezza senza sconfinare nella cafoneria. Una donna di gran classe. Ora. Razionalmente mi rendo conto che fra me e questa persona, per quanto ardente sia il mio desiderio, non potrà mai esserci nulla. Ho ragione di credere che la dottoressa sia piuttosto consapevole delle mie inezie, e che, in un modo o nell'altro, mi stia chiedendo di lasciar perdere; alla manierea tacita e gentile che le appartiene. Sono giovane, d'accordo, ma non stupido. Eppure, c' è una parte di me che si ostina al desiderio e si aggrappa come una forsennata alla speranza. E' qui che domando il vostro aiuto. Mi sento con le spalle al muro. Intanto non riesco separare la fantasia dal desiderio: in fin dei conti potrebbe semplicemente trattarsi di una forma di transfert che mi sta sfuggendo di mano. Ma se fosse vero - è questo è motivo di sofferenza - so bene quale risposta mi attenderebbe se confessassi i miei sentimenti alla dottoressa bella e intelligente. E tanto basta a farmi sentire rifiutato. Inevitabilmente, per come sono fatto, interromperei la psicoterapia a causa del risentimento, ma al contempo perderei l'unica fonte di sostegno emotivo e psicologico che ha reale impatto sulla mia persona. Dunque: c' è un modo per discernere la fantasia dal desiderio e capire quanto c' è di vero in quello che provo? Come faccio a liberarmi di questi sentimenti pur di preservare il rapporto terapeutico con la dottoressa?

12 risposte degli esperti per questa domanda

Caro Ludovico,

la ringrazio per aver condiviso una cosa così delicata e personale. Fantasia e desiderio non sono due cose separate, una vera e una finta. Quello che lei prova è reale, nel senso che sente davvero l'attesa, l'emozione, anche la sofferenza, e tutto questo nasce da quello che la terapeuta rappresenta per lei in questo momento della sua vita, un momento delicato, di ricerca, dopo aver lasciato l'università e aver cambiato strada.

Sentimenti così nascono dentro una relazione e vale la pena chiedersi che ruolo gioca, per lei, incontrare una figura femminile che la ascolta, la accoglie, non la giudica. Spesso dietro questo desiderio per il terapeuta c'è il bisogno di sentirsi importanti per qualcuno.

Un anno fa ha già fatto la cosa giusta, gliene ha parlato, e il fatto che ora questo desiderio sia tornato più forte non vuol dire che qualcosa sia andato storto, ma è materiale prezioso per la terapia e va portato in seduta, non affrontato da solo fuori. L'idea di lasciare la terapia per risentimento, se le dicesse di no, sembra un copione che si ripete, aspettarsi il rifiuto e andarsene prima per non soffrire. Anche questo vale la pena portarlo in terapia. Le auguro di trovare le parole per dirglielo alla prossima seduta.

Un caro saluto

Dott.ssa Aura Paraschivescu 

Dott. Aura Paraschivescu

Dott. Aura Paraschivescu

Caserta

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Gentile Ludovico,

Leggo le sue parole con molta attenzione e le faccio innanzitutto i complimenti per la notevole capacità introspettiva e la proprietà di linguaggio con cui ha saputo descrivere una dinamica così complessa. La rassicuro subito dicendole che ciò che sta vivendo è uno dei fenomeni più noti, studiati e, oserei dire, fisiologici all'interno della stanza di analisi: il transfert erotico.

Lei si chiede come distinguere la fantasia dal desiderio reale. La verità, nel contesto terapeutico, è che i due elementi sono indissolubilmente legati. I sentimenti e l'attrazione che lei prova sono assolutamente reali, potenti e sinceri, ma la figura verso cui sono diretti è, per forza di cose, un'immagine parziale e idealizzata. Lei conosce la dottoressa B nella sua veste clinica migliore: accogliente, empatica, misurata, totalmente concentrata sui suoi bisogni e, naturalmente, curata nell'aspetto. Non conosce la donna al di fuori di quella stanza, con i suoi difetti, le sue vulnerabilità o le sue spigolosità quotidiane. Il setting terapeutico è una "bolla" protetta che potrebbe favorire l'innamoramento proprio perché offre un'esperienza di ascolto e validazione totale che raramente sperimentiamo all'esterno, portandoci a proiettare sul terapeuta i nostri desideri più profondi e i nostri bisogni affettivi insoddisfatti.

Il suo timore di affrontare l'argomento per paura di un rifiuto, che la porterebbe a interrompere il percorso per risentimento, è un meccanismo di difesa molto lucido. Tuttavia, è proprio il silenzio il vero ostacolo alla sua terapia in questo momento. Tenere nascosto questo vissuto la costringe a investire enormi energie per "nascondersi" dalla sua dottoressa, trasformando quello che dovrebbe essere uno spazio di totale libertà in un luogo di frustrazione e segreti logoranti. Una professionista preparata sa perfettamente come accogliere una confessione del genere: non la vivrà come un corteggiamento personale da stroncare bruscamente, facendola sentire rifiutato, ma come un preziosissimo materiale clinico su cui lavorare insieme per capire cosa lei stia realmente cercando in questo momento della sua vita. Portare questo tema in seduta, è l'unico modo per depotenziare l'angoscia, smontare la fantasia e permetterle di superare l'impasse salvaguardando il vostro prezioso rapporto terapeutico.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Corbelli

Dott.ssa Laura Corbelli

Reggio nell'Emilia

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Buongiorno Ludovico, grazie per aver condiviso un vissuto così intenso. Leggendo le sue parole arriva soprattutto quanto questa situazione la stia facendo soffrire e quanto stia cercando, con molta lucidità, di non farsi travolgere da ciò che prova.

Affezionarsi profondamente al proprio terapeuta, fino a sviluppare anche un desiderio erotico, può accadere e può rappresentare un materiale prezioso da portare in terapia. Ciò che può essere interessante comprendere è che cosa rappresenti per lei la sua terapeuta, in particolare in questo momento della sua vita.

È importante, inoltre, approfondire l'aspetto legato alla paura del rifiuto, che sembra avere un peso significativo nel modo in cui sta vivendo questa situazione. Forse, in questo momento, più che cercare di “liberarsi” da questi sentimenti, varrebbe la pena provare a comprenderli.

Credo che parlarne apertamente con la sua terapeuta, proprio a partire dalla difficoltà che sta vivendo, possa essere un passo importante. Non tanto per trovare una risposta immediata ai suoi sentimenti, quanto per provare a comprenderli insieme, all'interno della relazione terapeutica.

Dr.ssa Giulia Novara

Dott.ssa Giulia Novara

Dott.ssa Giulia Novara

Torino

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Buongiorno Ludovico,

il transfert ha una controparte nel clinico, e si chiama controtransfert. Questo è un elemento clinico molto importante che potrebbe aiutare nella diagnosi e nella terapia. Tuttavia questo non significa che la Sua terapeuta sia innamorata di Lei, ma semplicemente che si è accorta di ciò che sta succedendo, indipendentemente dal fatto che Lei lo abbia esplicitato o meno. Sta alla professionista decidere se e come utilizzare questa informazione. Il fatto che ne abbiate parlato in una sola occasione e poi non più, mi fa pensare (ma potrei sbagliare) che la linea terapeutica seguita non preveda di approfondire questa tematica. Per come imposto personalmente il lavoro credo che vorrei approfondire la questione perché so che troverei molto materiale utile là sotto. Al contrario, se fosse che entrambi desiderano reciprocamente una relazione, non ci sono dubbi che la relazione terapeutica terminerebbe.

Lei dice che rivelando questi Suoi sentimenti si sentirebbe rifiutato perché probabilmente non ci sarebbe corrispondenza, e forse ci sarebbero dei sentimenti di vergogna che Le darebbero molto fastidio? Per fare passi avanti, la terapia prevede che proviamo e condividiamo anche sentimenti scomodissimi, dolorosi, lancinanti, perché comunque il colloquio psicologico è un ambiente protetto in cui ci si può “lanciare” con la sicurezza di non farsi male.

Suggerisco di parlarne al prossimo colloquio, altrimenti non riuscirà ad uscirne; e anche chiudere e basta potrebbe lasciarLa con un “conto in sospeso” difficile da digerire.

Dott. Luca Marchelli

Dott. Luca Marchelli

Trento

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Caro Ludovico,

Il quadro che tracci è estremamente nitido e, nel campo della psicoterapia, tutt'altro che insolito. Rispondo ai tuoi due interrogativi fondamentali cercando di offrirti una prospettiva metodologica e clinica. L'ambiente terapeutico è, per sua natura, uno spazio protetto, privo delle asperità, dei compromessi e dei rifiuti che caratterizzano la vita reale. La terapeuta ti offre un'ascolto profondo, incondizionato e privo di giudizio. In questo terreno, è frequente che proiezioni ed esigenze profonde di riconoscimento, protezione e conferma si traducano in una carica erotica o sentimentale. Ciò che desideri con tanta intensità potrebbe non essere tanto la persona reale della dottoressa, quanto l'archetipo e la proiezione che lei incarna per te in questa fase di vita: una femminilità accogliente, colta, elegante e "raggiungibile" soltanto nello spazio sacro e protetto della stanza d'analisi. La fantasia risponde a un bisogno interno, il desiderio reale, invece, si nutre della conoscenza reciproca nel mondo esterno, fuori da un ruolo professionale normato da un preciso codice deontologico. Sperimentare l'urgenza di confessare o la paura del rifiuto significa interpretare la relazione terapeutica come se fosse una relazione sociale o romantica ordinaria. Se porti questi sentimenti in seduta, la risposta del terapeuta non è una "promozione" o un "rifiuto personale", ma un atto di analisi. Una terapeuta preparata non si sentirà né offesa né spaventata, né ti giudicherà o rifiuterà come persona. Il suo compito sarà proprio quello di aiutarti a decodificare che cosa ti sta dicendo questo transfert erotizzato rispetto alla tua storia, alla tua identità e al momento di transizione che stai vivendo. Il consiglio più nitido che si possa dare in questo contesto è di vincere la tentazione di gestire questo peso in solitudine o di anticipare ipotetici rifiuti. Nella prossima seduta, potresti condividere con la dottoressa esattamente ciò che hai espresso qui: la presenza di un vissuto emotivo e attrattivo molto intenso, la consapevolezza della sua natura, e la tua preoccupazione che questo stato d'animo possa ostacolare il lavoro svolto finora. Sarà proprio la sua risposta professionale a darti la misura della tenuta del vostro percorso insieme.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Salve Ludovico,

Il vissuto che descrive può essere molto intenso e, proprio per questo, anche fonte di sofferenza e confusione. Sentire un forte desiderio o un coinvolgimento nei confronti della propria terapeuta non significa necessariamente che vi sia una reciprocità o che ciò che si immagina corrisponda alla realtà della relazione.

Più che cercare di “liberarsi” immediatamente di questi sentimenti, potrebbe essere utile continuare a portarli nello spazio terapeutico, come ha già fatto in passato. Anche il fatto di parlarne apertamente può diventare parte importante del lavoro, aiutando a comprendere cosa rappresenti questa persona per lei, quali bisogni e desideri si attivino e quanto appartenga alla relazione attuale e quanto, invece, alla sua storia personale.

Il mantenimento dei confini professionali da parte della terapeuta costituisce inoltre un elemento fondamentale per preservare uno spazio terapeutico sicuro.

Un cordiale saluto
Dott.ssa Noemi Marcoccia
Psicologa

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Frosinone

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Caro 

Ludovico, quello che stai vivendo non è un errore, non è una fantasia “sbagliata”, non è una debolezza. È una parte profondissima del lavoro terapeutico: quando la mente trova finalmente un luogo sicuro, un adulto stabile, una presenza che ascolta senza giudicare, che contiene, che vede, che non scappa, il corpo e l’immaginazione si muovono. Si avvicinano. Si affezionano. A volte si innamorano. Non dell’altra persona, ma della possibilità di essere accolti.

Il punto non è che la dottoressa sia bella, elegante, luminosa.
Il punto è che lei è diventata il luogo dove tu ti senti intero.
E quando un luogo diventa così importante, il desiderio arriva.
Non perché è “lei”, ma perché è la relazione.

Tu lo chiami transfert, e lo è.
Ma non è un transfert qualunque.
È un transfert erotizzato, che nasce quando la parte più giovane di te — quella che non ha mai avuto uno sguardo adulto che la riconoscesse davvero — trova finalmente qualcuno che la vede. Non è un desiderio “di coppia”. È un desiderio di cura. È un desiderio di essere scelto, contenuto, protetto. È un desiderio che parla di te, non di lei.

La fantasia e il desiderio, in terapia, non si separano con un bisturi.
Si comprendono.
Si attraversano.
Si portano nella relazione terapeutica perché è lì che devono essere guardati.

Tu hai paura che, se ne parli, lei ti rifiuti.
Hai paura che la terapia si spezzi.
Hai paura di perdere l’unico luogo dove ti senti sostenuto.
Ma la verità è che questo è esattamente il materiale che una terapeuta deve accogliere. Non per “rispondere”, ma per aiutarti a capire cosa rappresenta per te quella figura femminile così potente. Perché non è lei a essere potente: è il ruolo che occupa nella tua storia.

Tu non sei innamorato della dottoressa.
Sei innamorato della possibilità di essere visto.
Sei innamorato dell’immagine di te che nasce quando sei con lei.
Sei innamorato della parte di te che lei ha permesso di emergere.

Questo non si cura interrompendo la terapia.
Si cura portandolo dentro la terapia.

La domanda che devi farti non è “come faccio a liberarmi di questi sentimenti?”.
La domanda è: “cosa mi dicono questi sentimenti di me?”.
Perché il transfert erotico non è un ostacolo.
È una porta.
Una porta che si apre solo quando la relazione terapeutica è abbastanza solida da reggere la verità.

Ludovico, non devi proteggere la dottoressa dai tuoi sentimenti.
Lei sa cosa farne.
Devi proteggere te stesso dal rischio di scappare proprio nel momento in cui stai arrivando al cuore del lavoro.

Un caro saluto,

Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Quello che descrivi non è né raro né, di per sé, un segnale che la tua psicoterapia stia andando male. Al contrario, il fatto che tu riesca a osservare ciò che provi, a interrogarti sul suo significato e a chiederti come preservare il percorso terapeutico indica già una buona capacità di riflessione su te stesso. Hai utilizzato il termine “transfert”, e certamente può essere una chiave di lettura importante. Tuttavia, ridurre tutto a “è soltanto transfert” rischierebbe di essere semplicistico. I sentimenti che provi sono autentici: ciò che può essere diverso è il significato che assumono all’interno della relazione terapeutica. La domanda, quindi, forse non è tanto: “Sono veramente innamorato di lei oppure è transfert?”, quanto: “Che cosa rappresenta per me questa donna e perché proprio oggi questo desiderio è diventato così intenso?”. Nella relazione terapeutica esistono condizioni particolari: vieni ascoltato con attenzione, puoi parlare di aspetti profondamente personali senza dover ricambiare allo stesso modo, trovi uno spazio nel quale sei accolto e non giudicato e, soprattutto, la terapeuta concentra professionalmente la propria attenzione sulla tua esperienza. È comprensibile che una relazione con queste caratteristiche possa diventare emotivamente molto significativa e, talvolta, anche erotizzata. C’è poi un aspetto del tuo racconto che trovo particolarmente interessante: hai scelto inizialmente una terapeuta anche sulla base del fatto che fosse “bella e giovane”. Questo non rende meno autentico quello che provi oggi, ma suggerisce che l’attrazione fosse presente, almeno in forma embrionale, fin dall’inizio. Potrebbe quindi essere utile chiedersi che cosa cercavi, consapevolmente o meno, quando hai scelto proprio quel tipo di persona come terapeuta. Non cercherei però di “liberarti” dei sentimenti a tutti i costi. In psicoterapia le emozioni non sono necessariamente qualcosa da eliminare: possono diventare materiale di lavoro. Il desiderio, l’idealizzazione, la paura del rifiuto, la fantasia di essere ricambiato e persino il risentimento anticipato che descrivi possono dirci qualcosa di importante sul tuo modo di vivere la vicinanza, il desiderio e il rifiuto. C’è un passaggio del tuo racconto che, a mio avviso, merita particolare attenzione: dici che se confessassi i tuoi sentimenti e ricevessi il prevedibile rifiuto, interromperesti la terapia per risentimento. Qui forse c’è un tema ancora più importante dell’attrazione stessa. Potrebbe essere utile esplorare cosa significhi per te essere desiderato, non essere ricambiato e sentirti rifiutato da una persona alla quale attribuisci un valore così elevato. E non darei per scontato che parlarne con la terapeuta significhi necessariamente “confessarle il mio amore” aspettandosi una risposta. Puoi portare in seduta esattamente ciò che hai scritto qui. Potresti persino dirle: “Mi sto accorgendo che quello che provo per lei è diventato molto intenso e che comincio ad avere paura che questo possa interferire con la terapia. Vorrei capire insieme che cosa significa per me”. Infine, farei attenzione a un’altra distinzione: provare desiderio non significa necessariamente doverlo agire. Puoi riconoscere che quella donna ti attrae profondamente, persino che oggi rappresenti “l’immagine unica del tuo desiderio”, senza per questo dover trasformare quel desiderio in una relazione reale. Forse l’obiettivo non è smettere di desiderarla, ma arrivare a comprendere perché proprio quella relazione abbia assunto per te un significato così potente. E, soprattutto, fare in modo che ciò che oggi sembra essere un ostacolo diventi invece una porta di accesso a una parte di te che la terapia può aiutarti a conoscere meglio

Gentile Ludovico,
credo che il punto non sia tanto stabilire se ciò che prova sia “vero” oppure sia “solo transfert”. Il sentimento è reale perché lei realmente lo sperimenta. Parlare di transfert significa piuttosto interrogarsi sul significato che quel desiderio assume proprio all’interno di questa particolare relazione.
 
Visto che lei stesso manifesta una certa curiosità per questi fenomeni, potrebbe interessarle sapere che ciò che descrive non è affatto estraneo alla psicoterapia. Si parla, in questi casi, di transfert erotico: può accadere che sentimenti di attrazione, innamoramento, desiderio o idealizzazione vengano sperimentati nei confronti del terapeuta. Non è di per sé indice del fatto che la terapia stia andando male, né qualcosa di cui vergognarsi. Talvolta, al contrario, proprio la particolare intensità della relazione terapeutica — essere ascoltati con attenzione, sentirsi riconosciuti, poter mostrare aspetti vulnerabili di sé senza essere giudicati — può rendere emotivamente molto significativa la persona che abbiamo di fronte.
 
Questo, però, non significa che la dottoressa B. sia soltanto una sorta di “schermo” sul quale lei proietta qualcosa. È una donna reale, che può realmente trovarla attraente e affascinante. Il punto interessante del transfert è un altro: perché proprio quelle caratteristiche, in quella persona e dentro quella relazione, hanno acquisito per lei una forza così particolare?
 
Lei scrive, per esempio, che la dottoressa rappresenterebbe “l’immagine unica e irripetibile” del suo desiderio. È un’espressione molto forte e, forse, terapeuticamente più interessante della differenza d’età o dell’attrazione fisica in sé. Che cosa incarna questa donna ai suoi occhi? La bellezza, certamente, ma anche l’intelligenza, la sicurezza, la capacità di comprenderla, l’autorevolezza, l’essere scelta e riconosciuta da qualcuno che lei stima? E che cosa significherebbe, per lei, essere a sua volta desiderato da una donna alla quale attribuisce tutte queste qualità?
 
Mi colpisce inoltre che la sofferenza sembri nascere soprattutto nel momento in cui immagina il limite: lei anticipa il rifiuto, il risentimento e infine l’interruzione della terapia. Qui potrebbe esserci un nodo ancora più prezioso dell’innamoramento stesso. È possibile sentirsi importanti per qualcuno senza essere desiderati nel modo in cui vorremmo? È possibile incontrare un limite senza tradurlo automaticamente in un giudizio sul proprio valore e senza dover interrompere il legame?
 
Per questo non cercherei una tecnica per “liberarsi” dei sentimenti prima di parlarne con la dottoressa. Tentare di eliminarli potrebbe significare perdere proprio l’occasione di comprenderli. E non occorre trasformare la prossima seduta in una dichiarazione d’amore o chiederle se ricambia: potrebbe raccontarle esattamente il conflitto che ha descritto qui, compresa la paura di sentirsi rifiutato e di reagire allontanandosi.
 
Il mantenimento dei confini terapeutici, del resto, è responsabilità della professionista, non del paziente. Il suo compito può essere quello di portare nella stanza terapeutica anche ciò che prova desiderio, vergogna o paura di mostrare.
 
Infine, presterei attenzione a una sua frase: definisce la terapeuta come l’unica fonte di sostegno emotivo e psicologico che abbia un reale impatto su di lei. Anche questo merita di essere esplorato, affinché ciò che sta costruendo in terapia possa progressivamente diventare una risorsa spendibile anche fuori da quella relazione.
 
Forse, allora, la domanda più feconda non è: “Come faccio a smettere di desiderarla?”, ma: “Perché essere desiderato proprio da lei è diventato così importante per me, e che cosa temo che dica di me il fatto di non poterlo essere?”
 
Da come racconta il rapporto costruito in questi due anni, mi sembra una domanda che valga la pena avere il coraggio di riportare proprio nella relazione in cui è nata.

 

Un caro saluto.

Dott.ssa Silvia Costanzo 

Dott.ssa Silvia Costanzo

Dott.ssa Silvia Costanzo

Bari

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Gentilissimo Ludovico,

capisco che tu possa pensare che non parlarne e cercare di reprimere quello che senti sia il modo più sicuro di gestirlo . In realtà in terapia non è necessario eliminare o nascondere un sentimento perchè possa essere considerato funzionale . Si può invece provare a guardarlo insieme  . L'innamoramento è un qualcosa che si può esplorare senza giudicarlo e senza che questo significhi necessariamente dover fare qualcosa rispetto al terapeuta o alla relazione terapeutica . 

Una cosa è ciò che provi,una cosa è ciò che scegli di fare con quel sentimento . Puoi provare dei sentimenti e nello stesso tempo mantenere i confini della terapia. 

Anzi se senti che ,questo sentimento occupa uno spazio importante dentro di te ,parlarne può essere utile per capire che cosa rappresenta per te ,che cosa ti fa vivere questa relazione e quali bisogni,aspettative o esperienze personali possono essere collegati a ciò che senti . 

Non bisogna nè alimentarlo ,nè combatterlo .Possiamo semplicemente cercare di comprenderlo .

Resto a disposizione online  

Dott.ssa Simona Ilardo

Dott.ssa Simona Ilardo

Napoli

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Buonasera Ludovico,

grazie per la fiducia e per aver condiviso aspetti così profondi e delicati della sua vita.

Ciò che le è capitato, il provare attrazione verso la sua terapeuta, questa fase di “innamoramento” di cui parla è un vissuto più comune di quanto si pensi durante un percorso di terapia.

Sentirsi visti, ascoltati, compresi, spesso portano a riflettere nella figura del terapeuta quelle che sono le nostre mancanze e  i nostri bisogni più profondi. E’ spesso normale che fare esperienza per la prima volta di qualcosa che ci è mancato nella vita ( sentirsi ascoltati, visti, capiti ), attivi in noi sentimenti molto forti e porti ad una sorta di idealizzazione del terapeuta.

Tutto questo è materiale terapeutico molto prezioso.

Parlarne con la sua terapeuta, soprattutto se sente che in questo momento ciò costituisca un ostacolo nella terapia, potrebbe essere importante.

Percepisco però il timore di parlarne, la paura di essere rifiutato che la porterebbe ad abbandonare la terapia.

Forse questo suggerisce una paura più profonda, paura di entrare in contatto con le sue emozioni e i suoi bisogni più autentici. Fuggire dalla terapia rappresenterebbe un po' come una fuga dalle sue emozioni.

Ma cosa succederebbe se decidesse di restare?

Resto a disposizione, qualora avesse bisogno di uno spazio di ascolto e confronto.

Dott.ssa Antonella De Rosa Psicologa

Dott.ssa Antonella De Rosa

Dott.ssa Antonella De Rosa

Cuneo

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Buongiorno Ludovico,

da quello che racconta, questa situazione sembra essere diventata fonte di una sofferenza significativa, anche perché si trova diviso tra sentimenti che fatica a contenere e il timore di perdere un percorso terapeutico che per lei è importante.

Provare un'attrazione, anche intensa, per la propria terapeuta non è insolito. In una relazione terapeutica si può sviluppare un coinvolgimento emotivo profondo, favorito anche dallo spazio di ascolto, dalla fiducia e dall'attenzione che si sperimentano durante gli incontri. Il concetto di transfert può aiutare a comprendere alcuni aspetti di ciò che sta vivendo, ma non è necessario ricondurre tutto a questo fenomeno per riconoscere la realtà dei suoi sentimenti.

La distinzione tra fantasia e desiderio, del resto, non passa necessariamente dal capire quanto siano autentici i suoi sentimenti. Può provare un'attrazione reale e, allo stesso tempo, attribuire alla terapeuta e alla possibilità di una relazione con lei significati che sarebbe utile esplorare. La domanda potrebbe allora diventare: che cosa rappresenta per lei questa donna, oltre all'attrazione fisica? Quali bisogni, aspettative o desideri si accompagnano a ciò che prova?

Le suggerirei di non cercare di liberarsi di questi sentimenti a tutti i costi, né di considerarli un ostacolo da eliminare per poter proseguire la terapia. Piuttosto, potrebbe provare a portarli nuovamente all'interno del percorso, proprio perché oggi le provocano sofferenza e sembrano condizionare il modo in cui vive la relazione terapeutica.

Comprendo il timore di sentirsi rifiutato e di non riuscire più a continuare gli incontri. Tuttavia, parlare apertamente di ciò che prova non equivale necessariamente a dichiararsi con l'aspettativa di ricevere una risposta sentimentale. Significa offrire alla terapia un elemento importante per comprendere meglio quello che sta vivendo. La sua terapeuta potrà aiutarla a esplorarlo mantenendo i confini professionali che tutelano entrambi.

Infine, vorrei sottolineare un aspetto: il fatto che questo coinvolgimento non possa tradursi in una relazione sentimentale non rende meno significativo ciò che lei sta vivendo, né sminuisce il valore del percorso che avete costruito. Non deve necessariamente scegliere tra reprimere i suoi sentimenti e rinunciare a una relazione terapeutica che le fa bene.

Forse, in questo momento, l'obiettivo non è smettere di provare qualcosa per la dottoressa, ma riuscire a comprendere e vivere questi sentimenti senza che siano loro a decidere al posto suo come proseguire il percorso.

Un cordiale saluto
dott.ssa Silvia Boniolo

Dott.ssa Silvia Boniolo

Dott.ssa Silvia Boniolo

Bolzano/Bozen

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