Mio figlio di 25 anni è in continuo conflitto con me

Roberta

Vorrei un parere su una situazione che mi sta facendo soffrire molto. Mio figlio maggiore ha 25 anni, una famiglia sua, ma da anni vive un rapporto di continuo conflitto con me. Ho la sensazione che provi un forte rancore nei miei confronti, quasi come se mi odiasse. Qualsiasi cosa io dica viene interpretata in modo negativo e spesso ricevo critiche molto dure o commenti offensivi. Quando gli faccio notare che molte persone mi conoscono come una persona disponibile, rispettosa e pronta ad aiutare gli altri, lui risponde che gli altri non mi conoscono veramente e che solo lui sa come sono fatta. Sembra avere un’immagine di me molto negativa e immutabile. Ripensando al passato, mi chiedo se l’origine di questo risentimento possa essere collegata al periodo in cui era ragazzo e fu certificato come dislessico. Io presi quella decisione per aiutarlo nel percorso scolastico, ma ho sempre avuto la sensazione che lui l’abbia vissuta come qualcosa che non mi ha mai perdonato. Questa situazione va avanti da tanti anni e oggi mi sento esausta. Cerco di mantenere la calma, ma spesso, dopo essere stata ferita ripetutamente, finisco per reagire anch’io e dire cose di cui poi mi pento. So che come genitore dovrei riuscire a gestire meglio queste situazioni, ma mi sento arrivata al limite. La cosa che mi fa stare peggio è che a volte mi accorgo di stare più serena quando lui non c’è. Questo mi provoca un forte senso di colpa, perché gli voglio bene e resta mio figlio, ma sono stanca di sentirmi costantemente giudicata, attaccata e costretta a giustificarmi. Vorrei capire come gestire questo rapporto, come proteggermi emotivamente e se esiste un modo per uscire da questo conflitto che sembra non finire mai.”

12 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Roberta, sembra che la situazione con suo figlio le stia facendo vivere emozioni contrastanti e anche faticose da gestire. Merita attenzione e tempo per comprendere e conoscere questa fonte di stress.

Penso possa essere utile in questo momento non cercare la causa unica del conflitto, più corretto approfondire in un lavoro psicologico le dinamiche emotive e relazionali, per individuare modalità più consapevoli, funzionali di gestione della relazione.

Disponibile online, in uno spazio protetto e riservato, per un confronto può contattarmi liberamente qui in piattaforma o scrivermi, le auguro il meglio, dott.ssa Ursula Fortunato.

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Cara Roberta,

La sensazione di camminare sulle uova, di vedere ogni parola distorta e di subire sentenze inappellabili genera un senso di logorio e di impotenza che giustifica pienamente la tua stanchezza attuale. Liquidando la tua reputazione esterna (la persona disponibile e rispettosa che gli altri conoscono), tuo figlio protegge la propria narrazione interiore. Se accettasse che tu sei anche una persona buona e apprezzata, dovrebbe mettere in discussione il proprio rancore e fare i conti con la complessità. Preferisce pensarti come un "blocco monolitico" negativo per giustificare la propria rabbia. Spesso i figli proiettano sui genitori l'origine di tutte le loro insicurezze, frustrazioni o fallimenti esistenziali, trasformando la madre o il padre nel capro espiatorio ideale su cui scaricare il peso della propria vita (specialmente ora che ha 25 anni e ha una famiglia sua, con tutte le responsabilità dell'età adulta).

Il tuo intuito materno sul periodo della diagnosi di dislessia è estremamente prezioso e coglie un punto nodale. Tu hai agito mossa dall'amore, dal desiderio di proteggerlo e di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare la scuola. Questa era la tua intenzione. Tuttavia, nella mente di un bambino o di un ragazzo, ricevere una certificazione può essere vissuto, a livello profondo e inconscio, in modo radicalmente diverso, può averlo percepito come un marchio di diversità, di inferiorità o di "difetto". Invece di sentirsi protetto, può aver vissuto quel gesto come una conferma del fatto che tu lo considerassi "sbagliato" o non all'altezza delle tue aspettative. Questo cortocircuito dove un atto di cura del genitore viene codificato come un trauma identitario dal figlio è molto comune. Il suo risentimento si è probabilmente cristallizzato lì: non ti ha mai perdonato non la diagnosi in sé, ma la sensazione di fragilità e di umiliazione che ha associato a quel momento storico.

Non devi colpevolizzarti per questo. Il tuo sistema nervoso è saturo, è in uno stato di costante iper-attivazione e difesa. Il fatto che tu provi sollievo quando lui si allontana non significa che non gli vuoi bene o che sei una cattiva madre; significa semplicemente che il tuo corpo e la tua mente hanno un disperato bisogno di una tregua dalle critiche e dalle offese. È legittima difesa emotiva. A 25 anni tuo figlio è un adulto, un uomo con una sua famiglia. Questo significa che il tuo ruolo di protezione e accudimento primario è terminato: oggi il rapporto deve basarsi sulla reciprocità e sul rispetto, non sulla sottomissione al suo giudizio. Ogni volta che lui ti attacca e tu cerchi di spiegare le tue ragioni, di ricordargli quanto fai per gli altri o di difenderti, non fai altro che alimentare il conflitto. Smetti di giustificarti. Quando formuli una frase o un pensiero, e lui lo distorce, non entrare nel merito.  Accetta il fatto doloroso che, in questo momento della sua vita, tuo figlio ha bisogno di vederti in modo negativo per alimentare la sua posizione. Non puoi costringerlo a cambiare idea, né puoi riparare il passato con le suppliche. Sposta il focus su di te: coltiva la tua vita, la tua serenità, i tuoi spazi di benessere e le relazioni esterne che ti rimandano un'immagine positiva e reale di chi sei. Tu hai fatto del tuo meglio come genitore, commettendo gli errori che qualunque essere umano commette, ma muovendoti sempre per il suo bene. Se oggi lui sceglie il rancore, questa è una responsabilità che appartiene alla sua vita adulta e che dovrà elaborare lui, magari nel tempo. Tu hai il diritto sacrosanto di preservare la tua salute mentale e di goderti la tua vita e la tua casa in santa pace.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

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Ravenna

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Gentile Roberta,

quello che stai vivendo non è un semplice “rapporto difficile” con un figlio adulto. È una relazione in cui tu ti senti costantemente sotto processo, come se qualsiasi cosa dicessi o facessi venisse filtrata attraverso una lente che ti trasforma sempre nella versione peggiore di te stessa. E quando questo accade per anni, una madre non si sente più madre: si sente bersaglio.

La cosa più dolorosa è che tuo figlio non sta discutendo con la donna che sei oggi. Sta discutendo con un’immagine interna che si è costruito nel tempo, un’immagine rigida, immutabile, che non lascia spazio alla complessità. Quando dice “gli altri non ti conoscono davvero”, sta dicendo: “io vedo solo la parte ferita della mia storia, e quella parte parla più forte di tutto il resto”. Non è un giudizio su di te. È un giudizio su un passato che lui non ha mai davvero elaborato.

Il tema della dislessia potrebbe essere stato uno dei punti in cui lui ha iniziato a sentirsi “diverso”, “difettoso”, “esposto”. E quando un ragazzo vive una fragilità che non sa nominare, spesso la attribuisce alla persona più vicina: la madre. Non perché sia colpa tua, ma perché eri il volto più vicino al suo dolore. E quel dolore, se non viene elaborato, diventa rancore. E il rancore, negli anni, diventa una corazza che lui usa per proteggersi da qualcosa che non ha mai voluto guardare davvero.

Tu oggi ti trovi davanti un figlio adulto che reagisce come un adolescente ferito: interpreta male, attacca, svaluta, ti punisce con il silenzio o con le parole. E tu, che sei stata forte per anni, ora sei esausta. È normale che tu ti senta più serena quando lui non c’è. Non è mancanza d’amore. È il corpo che finalmente smette di essere in allerta. È la mente che, per un attimo, non deve difendersi. È la tua parte più fragile che chiede tregua.

Il senso di colpa che provi è quello di ogni madre che ha dato tutto e si ritrova comunque accusata. Ma non sei tu la causa di questo conflitto. Tu sei la persona su cui lui proietta un dolore antico che non ha mai saputo nominare. E non puoi continuare a farti carico di un’emozione che non ti appartiene più.

Proteggerti emotivamente significa smettere di entrare in ogni discussione come se dovessi dimostrare chi sei. Significa non rispondere a ogni provocazione. Significa mettere un confine chiaro: “Io ci sono, ma non accetto di essere trattata così”. Significa capire che non puoi guarire una ferita che non è tua. E significa anche accettare che, per un periodo, la distanza può essere una forma di cura, non di abbandono.

Uscire da questo conflitto non significa convincerlo a cambiare idea su di te. Significa cambiare il modo in cui tu ti posizioni davanti a lui. Quando smetti di difenderti, quando smetti di giustificarti, quando smetti di entrare nel suo gioco di accuse e risposte, qualcosa si sposta. Non subito, non magicamente, ma si sposta. Perché non può continuare a combattere se tu non sei più sul campo di battaglia.

Se vuoi, posso aiutarti a trovare le parole per dirgli ciò che senti senza alimentare lo scontro, e a costruire un confine che protegga te senza chiudere la porta a lui.

Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo anche Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Buonasera signora comprendo la sua difficoltà e accolgo il suo senso di "impotenza" davanti a questa dinamica. Il fatto che lei abbia condiviso questa sua problematica significa che ha mosso il primo passo nel chiedere aiuto ed è proprio per questo che le consiglio di darsi la possibilità di intraprendere con un professionista un percorso psicologico. Queste dinamiche originano dal passato, da modalità comunicative ed emotive che sono state parte del vostro rapporto, difficilmente è solo un elemento che entra in gioco. Non è possibile avere risposte immediate e utili senza una valutazione approfondita. Le potrei dire di provare a comprendere meglio parlando con lui quali sono le sue ragioni, ascoltando e non giudicando, per quanto possa ferire ciò che potrebbe essere detto ma comprende che questo è soltanto un possibile inizio e il resto va valutato. 

Cordiali saluti 

Buonasera signora comprendo la sua difficoltà e accolgo il suo senso di "impotenza" davanti a questa dinamica. Il fatto che lei abbia condiviso questa sua problematica significa che ha mosso il primo passo nel chiedere aiuto ed è proprio per questo che le consiglio di darsi la possibilità di intraprendere con un professionista un percorso psicologico. Queste dinamiche originano dal passato, da modalità comunicative ed emotive che sono state parte del vostro rapporto, difficilmente è solo un elemento che entra in gioco. Non è possibile avere risposte immediate e utili senza una valutazione approfondita. Le potrei dire di provare a comprendere meglio parlando con lui quali sono le sue ragioni, ascoltando e non giudicando, per quanto possa ferire ciò che potrebbe essere detto ma comprende che questo è soltanto un possibile inizio e il resto va valutato. 

Cordiali saluti 

Gentile Signora,
 
dalle sue parole emerge una sofferenza profonda che sembra accompagnarla da molto tempo. Vivere un rapporto conflittuale con un figlio adulto, soprattutto quando si percepisce di essere costantemente criticati o fraintesi, può essere molto doloroso e logorante.
 
È importante però considerare che, quando una relazione è caratterizzata da tensioni persistenti, raramente esiste un’unica chiave di lettura. Il modo in cui suo figlio vive il rapporto con lei può essere influenzato da esperienze, emozioni e significati che nel tempo hanno assunto per lui una particolare rilevanza, indipendentemente dalle intenzioni con cui lei ha agito.
 
Per questo motivo sarebbe difficile attribuire il suo risentimento a uno specifico episodio del passato, come la diagnosi di dislessia, senza conoscere più approfonditamente la storia e il punto di vista di entrambi.
 
Ciò che invece appare centrale nel suo racconto è la fatica emotiva che sta vivendo. Sentirsi più serena in alcuni momenti di distanza non è necessariamente indice di mancanza d’affetto, ma può rappresentare il bisogno di proteggersi da una relazione che attualmente le provoca molta sofferenza.
 
Potrebbe essere utile interrogarsi non tanto su come convincere suo figlio a cambiare idea su di lei, quanto su come mantenere una posizione più tutelante per sé, stabilendo confini chiari rispetto a modalità comunicative che percepisce come offensive e cercando spazi di ascolto e sostegno per elaborare il carico emotivo che questa situazione comporta.
Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire questi aspetti in un contesto professionale

Un cordiale saluto.

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Frosinone

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Buongiorno signora, queste dinamiche che si stanno accentuando nell'ultimo periodo sono segnali di tentativi di elaborazione da parte di suo figlio di alcuni aspetti non ancora risolti del legame con lei che probabilmente in questa fase della sua vita( nuova famiglia) necessita di avere un senso ma che spesso finisce con "agire" questo disagio direttamente con lei. Tutto ciò condiziona anche i suoi vissuti e rappresentazioni del legame di suo figlio che vanno elaborate e comprese in una nuova cornice prima di essere chiarite con lui. Le suggerisco dunque di concentrarsi sulle sue emozioni e su quanto sta accadendo dentro di lei in questo momento in particolare quando riceve questi "attacchi" in modo tale da favorire anche l'elaborazione da parte di suo figlio senza entrare in escalation, dunque riflettere anziché reagire.

Buona giornata

Dott.ssa cocco 

 

Dott.ssa Claudia Cocco

Dott.ssa Claudia Cocco

Frosinone

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Capisco profondamente il peso che porti sulle spalle. È una sofferenza logorante sentirsi "sotto processo" costante da parte di un figlio, soprattutto quando senti che l'immagine che lui ha costruito di te non corrisponde a chi sei nel mondo, né all'intenzione amorevole che ha guidato le tue scelte passate, come quella, indubbiamente complessa, della diagnosi di dislessia.

Il senso di colpa che provi per sentirti "più serena" in sua assenza è un segnale importante: non è mancanza di amore, è un grido di protezione della tua salute mentale.

Quando il conflitto diventa cronico e il terreno emotivo su cui cammini è sempre minato, la tua mente cerca naturalmente sollievo.

Non sei una "cattiva madre" perché desideri tregua; sei un essere umano esausto che ha bisogno di ricaricarsi.

Quando lui ti rimanda una versione in cui ti identifichi, sta esercitando un potere enorme sulla tua identità. È una forma di "realtà alternativa" che ti costringe a una difesa perenne.

Non cercare di convincerlo della tua bontà. Più ti giustifichi, più lui percepisce che ha potere di destabilizzarti. Prova a rispondere, quando ti attacca, con frasi neutrali e non difensive: "Capisco che tu veda le cose in questo modo e mi dispiace che tu abbia questo vissuto, ma io ho una percezione diversa della mia persona e delle mie intenzioni". Non serve che lui sia d'accordo; serve che tu mantenga il tuo confine.

È probabile che quella diagnosi sia diventata, nella sua mente, un "marchio" che lo ha fatto sentire diverso o, forse, "difettoso" agli occhi del mondo e che abbia proiettato su di te la responsabilità di quel dolore. Anche se tu hai agito per aiutarlo, per lui potrebbe essere stato il momento in cui ha smesso di sentirsi "normale".

In un momento di calma (non durante un litigio), potresti provare a validare il suo dolore passato senza giustificare il suo comportamento attuale: "Ho capito, riflettendoci, che la diagnosi di dislessia potrebbe essere stata vissuta da te come una ferita profonda. Non era mia intenzione farti soffrire, ma capisco che per te è stata un'esperienza dolorosa. Mi dispiace che tu l'abbia vissuta così". Questo non è chiedere scusa per aver fatto quello che in quel momento hai sentito di dover fare come madre, ma riconoscere la sua ferita.

Il fatto che tu reagisca e poi ti senta in colpa è un circolo vizioso: lui ti attacca, tu ti difendi, perdi la calma, e poi ti senti inadeguata.

Hai bisogno di iniziare a gestire il confine prima di arrivare al limite.

Se la conversazione scivola verso l'offesa o il giudizio, non cercare di "vincere" la discussione. Di' chiaramente: "Ti voglio bene e vorrei parlare con te, ma non accetto di essere trattata in questo modo. Se continui con questo tono, preferisco chiudere la conversazione qui e riprendere quando saremo entrambi più calmi". E poi, fallo davvero. Staccarsi fisicamente o chiudere una telefonata non è un abbandono, è un atto di rispetto verso te stessa.

Il tuo senso di colpa nasce dall'aspettativa idealizzata di come una madre "dovrebbe" sentirsi. Ma una madre è anche una donna, una professionista, una persona. Non puoi riversare amore se sei costantemente svuotata e ferita. Proteggere il tuo spazio vitale è, paradossalmente, l'unico modo per poter, un domani, riavvicinarti a lui in modo più sano.

In questo momento, c'è un piccolo spazio, un'attività o un momento della tua giornata in cui riesci a sentirti davvero "tu" e a prescindere dal tuo ruolo di madre, dove il giudizio di tuo figlio non riesce ad arrivare?

Dott.ssa Micol Loppo

Dott.ssa Micol Loppo

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Gentile Signora,

il dolore e la profonda stanchezza che emergono dalle sue parole meritano prima di tutto un ascolto accogliente e privo di ogni giudizio. Il conflitto logorante che vive oggi con suo figlio affonda le radici in una dinamica emotiva profonda, ma comprenderla può aiutarla a trovare una nuova strada per proteggersi e, al tempo stesso, per restare vicina a lui.

Quando suo figlio la attacca in modo così duro, non sta descrivendo chi lei è realmente. Molto probabilmente, questo ragazzo sta attraversando una forte crisi interiore che lo fa sentire inadeguato e fragile; non riuscendo a tollerare questo peso e la rabbia che ne deriva, se ne alleggerisce riversandoli inconsciamente su di lei.

Paradossalmente, suo figlio si appoggia a lei in questo modo così doloroso perché la riconosce come l'unica persona abbastanza solida da poter reggere l'urto, il suo porto sicuro di sempre. Quella rabbia, sotto la superficie dell'aggressività, è un'inconsapevole e disperata richiesta di aiuto rivolta alla persona che lo ha sempre protetto: lei. 

È assolutamente comprensibile, però, che lei sia esausta.

Subire queste continue aggressioni verbali mina nel profondo la sua stabilità. Quando viene ferita, la sua mente attiva una risposta reattiva immediata che la spinge a difendersi, portandola a dire cose di cui poi si pente. Anche il sollievo che prova quando suo figlio non c'è è semplicemente il segnale biologico di un sistema nervoso che chiede tregua. La diagnosi di dislessia del passato, vissuta da lui come una ferita di inadeguatezza nell'adolescenza, molto probabilmente, si aggancia a questo vissuto presente, ma ricordi che il suo intento è sempre stato di cura e amore.

Può provare a spezzare questo cerchio, cambiando il suo posizionamento interno.

Quando si innesca il conflitto, provi a non difendere la sua immagine e a non rispondere al contenuto logico delle offese. Cerchi invece di assumere, dentro di sé, un atteggiamento di apertura autentica: si ponga interiormente come una madre pronta ad accogliere e ascoltare qualsiasi cosa suo figlio abbia davvero bisogno di dirle, al di là della rabbia di facciata. Al tempo stesso, mantenga un confine calmo ma fermo a tutela della sua dignità, fermando l'insulto prima che diventi distruttivo.

Comprendere che lei è il "contenitore" sicuro di una crisi che appartiene a lui le permetterà di non prendere gli attacchi sul personale. Non possiamo cambiare la mente degli altri, ma modificando la sua risposta emotiva, un passo alla volta, potrà fare spazio a un dialogo nuovo. Può valutare anche la possibilità del supporto di un percorso terapeutico che potrebbe aiutarla per alleggerire questo carico e ritrovare la serenità che merita.

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo

Bologna

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Gentile Sig.ra, grazie per questa condivisione davvero sentita e dolorosa sul rapporto con suo figlio. 

I rapporti familiari sono tra i più complessi da gestire perché non si può semplicemente evitare l'ostacolo e far finta di nulla, oppure cambiare strada come si fa con una persona con cui non si vuole avere a che fare. Spesso, proprio con le persone più care non ci sono filtri e si lascia che le emozioni prendano il sopravvento, lasciando ferite aperte e sensi di colpa. Inoltre, la convivenza amplifica nel tempo questi conflitti,  cosa che ha vissuto lei con suo figlio fino ad arrivare alla situazione che ci ha raccontato.

Il logoramento interiore dato dall'inasprirsi dei rapporti è sovraccaricato dalla frustrazione di non poter dimostrare altri sentimenti, certamente più positivi, come quelli che una madre prova per il figlio. Ma ogni parte in causa ha le sue fragilità, ha i suoi momenti di tempesta emotiva e non è mai facile controllarsi fino in fondo. Così si finisce per litigare ancora e ancora. E ciò costa moltissimo in termini di energie nervose, di sconforto e disillusione sul fatto che le cose si possano risolvere in qualche modo.

Il problema è che proprio questo affanno nel cercare di migliorare la situazione rappresenta il nemico peggiore: uno stress cronico che genera un continuo stato di allerta, sbalzi d'umore e ansia alla sola idea di rivedersi. Ecco perché quella sensazione di sollievo quando suo figlio non c'è e non deve interagire con lui. Lo stress e l'ansia generano pensieri intrusivi, come se la mente cercasse sempre di chiudere un cerchio che non si può chiudere. Si finisce, come nel suo caso, per tormentarsi senza sosta.

Allora che fare? Smettere di lottare contro la mente e abbassare le armi, rivolgendo uno sguardo gentile e compassionevole a sé stessa. Questo non vuol dire rinunciare alla speranza di vivere con maggiore serenità il rapporto con suo figlio, ma ristabilire alcune priorità di benessere personali indispensabili per osservare con lucidità gli eventi e prendere le migliori decisioni. Significa anche ritrovare autostima e riscoprire quei valori personali che possono consentirle di difendere sempre la sua dignità ed essere coerente con le cose in cui crede, senza ricercare approvazione e conferma da parte degli altri. Solo in questo modo abbandonerà l'idea di poter controllare l'incontrollabile, cioè il pensiero e il comportamento delle altre persone, anche quando queste persone sono i suoi figli.

Le consiglio di avvicinarsi a un percorso psicologico per gestire questo difficile momento che sta attraversando e ritrovare una stabilità emotiva necessaria ad affrontare al meglio il rapporto con suo figlio. Sono a sua disposizione per un contatto preliminare e una valutazione delle sue esigenze. Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese - Ferentino

Dott. Antonio Cortese

Dott. Antonio Cortese

Frosinone

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Cara Roberta, capisco la sua situazione di madre. A distanza non posso sapere e capire i termini di questa relazione con suo figlio. Certamente vi sono dei motivi importanti sotto da entrambe le parti. Le suggerisco pertanto di trovare un momento tranquillo per parlare con suo figlio in modo pacato e chiarificatore, magari dicendogli che capisce che lui, se fa così, ci sta soffrendo e che lei sicuramente ha fatto errori in passato, ma ora vorrebbe un chiarimento con lui proprio per l'amore che c'è tra voi. Se non se la sente, può chiedere la mediazione di uno psicologo che faccia parlare entrambi. Altro, da qui, non posso aggiungere.

Un caro saluto. Rosanna Schiralli 

Gentile Signora,

leggendo il suo messaggio, ho avuto la sensazione che lei stia vivendo una doppia sofferenza.

La prima nasce dal rapporto difficile con suo figlio, che descrive come caratterizzato da critiche, incomprensioni e continue tensioni.

La seconda, forse ancora più silenziosa, nasce dal modo in cui giudica sé stessa per ciò che prova.

Mi ha colpito il fatto che lei racconti di sentirsi più serena quando suo figlio non è presente. Molte madri, davanti a un'emozione di questo tipo, provano immediatamente senso di colpa, come se quel sollievo fosse incompatibile con l'amore che provano per il proprio figlio.

Credo, invece, che sia importante guardare questa emozione con uno sguardo diverso.

Sentirsi sollevati quando termina una situazione che genera sofferenza non significa amare di meno. Può semplicemente significare che il suo corpo e la sua mente, dopo anni di tensione, stanno cercando uno spazio in cui non dover essere costantemente in allerta.

Mi ha colpito anche un altro elemento. Nel suo racconto lei cerca più volte di spiegare quanto abbia fatto per suo figlio, quasi a voler dimostrare che non è la madre che lui descrive. Mi sono chiesta quanto sia faticoso vivere una relazione nella quale sente di dover continuamente difendere la propria immagine e le proprie intenzioni.

Naturalmente, non possiamo conoscere la storia completa del vostro rapporto né sapere quali significati suo figlio attribuisca alle esperienze condivise. È possibile che lui porti con sé vissuti che interpreta in modo molto diverso da come li ha vissuti lei. Ma è altrettanto importante riconoscere che comprendere il dolore di un figlio adulto non significa dover rinunciare alla tutela del proprio benessere. Le due cose possono coesistere.

Vorrei proporle una riflessione. Mi sembra che oggi lei stia investendo molte energie nel tentativo di cambiare il modo in cui suo figlio la vede. È un desiderio profondamente umano. Tuttavia, quando questa ricerca diventa l'unico criterio attraverso cui misuriamo il nostro valore come genitori, rischiamo di rimanere intrappolati in una relazione nella quale ogni parola dell'altro finisce per definire chi siamo.

Forse, in questo momento, la domanda potrebbe diventare un'altra: come può continuare a essere una madre presente senza rinunciare al rispetto di sé?

Questo non significa prendere le distanze affettivamente da suo figlio, né interrompere il dialogo. Significa riconoscere che anche nelle relazioni familiari più importanti esistono confini che proteggono entrambe le persone.

Credo che un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio prezioso non tanto per trovare il modo di convincere suo figlio, quanto per alleggerire il peso emotivo che questa relazione sta avendo sulla sua vita e recuperare una maggiore serenità, indipendentemente dalle sue reazioni.

Vorrei lasciarle un'ultima riflessione. Una madre non perde il proprio amore quando sente il bisogno di respirare. A volte è proprio concedendosi quello spazio che riesce a ritrovare le energie per continuare a essere presente in un modo più autentico e meno doloroso. Prendersi cura di sé non è il contrario dell'amore per un figlio; in molte situazioni, ne rappresenta una condizione essenziale.

Le auguro di riuscire a ritrovare uno spazio nel quale non sia costretta a scegliere tra essere madre ed essere una persona che merita rispetto, ascolto e serenità.

Dott.ssa Claudia Campisi

Dott.ssa Claudia Campisi

Roma

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