Autostima

Genitore possessivo all'università

Isidoro

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Buonasera, gentili psicologi.
Nel parlarvi del mio problema, comincio raccontandovi un aneddoto risalente alla mia terza media: un giorno, la mia professoressa supplente di matematica, mi spiegò il significato di un semplice gioco numerico popolare tra noi ragazzi mediante un'equazione. Questo semplice avvenimento, come si suol dire, mi aprì un mondo, perchè capii per la prima volta cos'è realmente la matematica, cioè una ricerca dei significati eleganti dietro le cose ed i concetti, è il mondo di ciò che è vero, e la cosa mi affascinò molto. Ben presto passai al capire di amare la fisica come spiegazione matematica della natura a noi circostante e maturai il desiderio di iscrivermi al liceo scientifico, ma i miei genitori me lo impedirono, forzandomi al liceo classico. La cosa inizialmente mi intristì, ma poi mi resi conto che da autodidatta era possibile fare molto più di quel che credessi, e così feci, trascurando lo studio scolastico. Da questa mia passione scaturì anche la maturazione del mio carattere, in quegli anni così delicati ed importanti per la crescita. La mia personalità molto critica nei confronti praticamente di ogni cosa piaceva a tutti, tranne che a mio padre. Lui notava la mia caratteriale tendenza ad agire e pensare in maniera originale, ma questo, invece che renderlo fiero di me, me lo aizzava contro: "sei come acqua che scivola per dove gli viene meglio, non hai regole", mi diceva, facendomi sentire sbagliato e sempre in torto, ma la mia passione fungeva sempre da riparo, lì trovavo conferma di me stesso e libertà di pensiero, una libertà incondizionata, visto che i miei non sapevano nulla di queste mie "astrazioni interiori" e facevano convergere tutte le loro critiche e pressioni sul liceo classico di cui non poteva fregarmi di meno. La scuola, infatti, faceva se non altro da "parafulmine" per tutto il disprezzo che ricevevo, soprattutto da parte di mio padre, mentre la fisica rimaneva così un paradiso immacolato. Datomi la maturità, la mia scelta verso l'università di fisica subì non poche avversioni, seppur velate, da parte di mio padre, che mi consigliò varie alternative, principalmente il militare, arrivando ad insinuare che non sarei stato capace di fare fisica. Questa volta ho insistito, e credevo che una volta all'università non mi sarei visto piovere addosso tutta la stessa pressione e il trattamento di asino che DEVE studiare perchè lo dicono mammina e papino come avveniva a scuola. Credevo che una volta entrato nel mio "habitat" universitario, mio padre e mia madre mi avrebbero dato piena fiducia e lasciato spiegare le ali verso il mio sogno di diventare uno scienziato a tutti gli effetti, lasciandomi fare le cose a modo mio, MA ovviamente così non fu. "Non azzardarti a non studiare!", "sei il mio operaio, lavori per me!", "l'università non lascia spazio di organizzazione, è peggio della scuola! Come un carcere!" queste sono solo alcune delle affermazioni che mio padre ha cominciato a scagliarmi addosso immediatamente dopo la mia iscrizione. In poche parole, quella mia oasi felice dove potevo usare la mia fantasia ed il mio edonismo, era adesso invasa da qualcun altro, e non uno qualsiasi, ma proprio la figura autoritaria e invadente di mio padre che tanto aveva avversato in me la stessa mentalità che mi ha portato ad ottenere buoni risultati e motivazione in questo ambito. Il risultato è stato devastante: ho smesso di riconoscermi in questo studio, mi ci sono sentito un ospite malgradito, ho sviluppato un blocco, un rifiuto verso la mia adorata fisica. Questa situazione dura da due anni e mezzo, e continua ancora oggi. Se apro un libro di fisica sento come una morsa al cervello, come se studiare e andare avanti, a questo punto, non significasse capire quello che spiega il libro come avevo fatto con l'equazione della professoressa, ma al contrario, forzare la propria testa a ingurgitare procedure mnemoniche come rospi all'insegna del DEVO STUDIARE PER FARE CONTENTO PAPÀ e non del "mi piace studiare, pur essendo faticoso". È inutile cercare di ignorare la cosa, perchè pur riconoscendo le mie ragioni, la pressione emotiva resta ed è forte. Mio padre mi urla contro, quando cerco di parlargli la sua idea non si muove di un millimetro, ma anzi coglie l'occasione per passare all'attacco e sottolineare quanto lui sia "esperiente" e quindi deve essere ascoltato alla lettera, mentre io non ho voce in capitolo ("esperienza zero!!!"), oppure mi rinfaccia il fatto di pagare le tasse universitarie come se questo gli desse il potere assoluto sulla mia carriera, accenna persino a comportamenti fisicamente minacciosi. Io credo, a questo punto, che lui abbia un bisogno ossessivo di controllare la mia vita, per cui da sempre cerca di recidere tutti gli aspetti di essa che favoriscono la mia indipendenza, allo scopo di farmi abituare alla sua presenza autoritaria indelebile e indiscutibile su tutto. Per farlo si serve dei metodi di manipolazione di cui ho parlato sopra, e di molti molti altri. Cercare un dialogo è inutile, può rivelarsi addirittura dannoso, non ammette colpe. D'altronde, non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Magari si è sempre trattato di un genitore narcisista, possessivo che cerca di espiare così qualche sua frustrazione. So solo che mi sento disperato, il mio sogno è stato violentato, corrotto, sbranato, dilaniato... vorrei salvarlo, ma più il tempo passa, più diventa tutto difficile, e poi non vedo vie di uscita, come posso liberarmi da questa morsa? Cosa posso fare? Grazie in anticipo.

2 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Caro Isidoro,


Sembra che lei sia ostaggio di un pensiero violento molto distruttivo. La vera soluzione è andarsene, a qualsiasi costo. E' inutile girarci intorno.


Il primo mito greco che siamo in grado di ricordare è quello di Urano che divora i figli. I primi film della saga di Guerre Stellari vennero girati sulla base di questo mito. Lei non è solo: è in compagnia di tutti quei figli che per millenni hanno dovuto fronteggiare padri distruttivi, e hanno dovuto ingannarli per neutralizzarli.


Ha bisogno di farsi aiutare. O si mette in psicoterapia con qualcuno bravo. O si trova un lavoro e se ne va (l'università la attenderà). O c'è qualche possibilità all'estero. Qualche parente in altra città che possa aiutarla. Come primo passo le direi che subito ha bisogno di recuperare energie e tornare a essere il guerriero che è sempre stato, possibilmente eliminando la sfumatura da martire. Si faccia aiutare da un omeopata unicista, c'è Salvatore Coco a Catania. Troverà info e video su internet. La aiuterà moltissimo e il confronto con un uomo le farà bene. Ha bisogno di trovare il suo Yoda che la indirizzi e le faccia iniziare un training.


Si faccia coraggio. Si attivi e ne uscirà, non perda tempo. Auguri vivissimi.

Gent Isidoro, la sua lettera dimostra quanto sia difficile rescindere i legami con le persone di riferimento e quanto a volte la nostra mente sia potente nell'ostacolare i nostri desideri. Di questo padre così presente persino nell'inconscio quanto difficoltoso è liberarsi? Troppo, caro Isidoro. Il mio consiglio è di cercare l'aiuto psicologico di un bravo professionista che l'aiuti ad operare questo distacco a livello profondo, comprendendo le dinamiche sottese a questo legame che va troppo oltre il normale attaccamento ad un genitore, tant è che boicotta a livello inconscio le sue aspirazioni.

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