Psicoterapia

Fiducia e Relazione terapeutica

Sísifo Bellerofonte

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Buongiorno,

Il tema che portò in evidenza è “La relazione terapeutica”. Non capisco perché la mia terapeuta mi metta in difficoltà volontariamente. Mi parla che devo avere fiducia nella relazione in lei che devo aprirmi che la terapia si fa in presenza (è una fissa sta cosa della presenza) ma poi mi mette all’angolo del ring e mi colpisce. Sento il lei una totale rigidità e silenzio. Mancanza di confronto e dialogo. Io sono il paziente io sono colui che ha bisogno e son fatto male è chiaro il messaggio. Lei lavora così per cui o mi adeguo o mi cerco un altro terapeuta. Ma dico non è che perché una cosa è difficile si molla. Ma scherziamo.... e poi la stimo è una professionista de coccio!!!!! E io non sono da meno.

Mi sono aperto evidenziando gli aspetti che non so gestire. I miei limiti e difficoltà. E lei mi sta mettendo in difficoltà proprio su tali aspetti. Sono incazzato con i miei limiti frustrato dalle regole imposte dal setting ma determinato a non mollare.

Non critico le regole del setting, della relazione ma voglio capirne il motivo perché agisce così.

Sono consapevole che già di mio faccio una fatica enorme nel dare fiducia nell’aprirmi. La terapista ai miei occhi si sta dando da fare per mettermi in ginocchio. Mi fa star male. Non mi ascolta per per nulla e va dritta per la sua strada.

Non capisco il perché agisce così è cosa posso fare per creare la fiducia. Sono io che non sono capace di stare nella relazione terapeutica? Sono io che sbaglio approccio nei confronti della terapeuta? Mi domando sono un pessimo paziente perché non riesco a fidarmi della terapeuta e non comprendo le sue azioni?
Di mio ho un grosso difetto, non riesco a essere statico nella relazione con la terapeuta; sbaglio faccio errori ma voglio essere parte attiva nella relazione. Meglio chiedere perdono che permesso.

Ringrazio coloro che vorranno rispondere.

6 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Egregio signore,  Freud,  inventore della teoria psicoanalitica ha sostenuto che una buona relazione terapeutica è la conditio sine qua non per il buon esito della terapia. Essa si basa sui meccanismi inconsci di transfert e controtransfert attraverso i quali si rivivono  i sentimenti di amore verso il genotore del sesso opposto. D'altra parte anche il terapeuta si mette in gioco nella relazione, mostrandosi empatico nei confronti del paziente.


Non esistono pazienti sbagliati ma la capacità di creare un setting di accoglienza della sofferenza altrui, sulla base di una fiducia reciproca che accompagni la persona nel suo racconto di vita. Le consiglio una maggiore assertivita' nei confronti degli altri in generale. 

Caro Sisifo,


in terapia si va per stare meglio, per avere spunti di pensiero nuovi, per lavorare sui sogni.


L'analisi è apertura, è fluidità. E' certamente anche discesa nel proprio inferno, ma con un Virgilio davanti, che illumina e guida. Altrimenti dopo dieci anni si è ancora lì.


E' molto difficile, dal di fuori, decidere di mettere parola in quello che lei dice. E' molto difficile avere una opinione sugli atteggiamenti di un collega che non si conosce. Quindi non riesco a immaginarmi una risposta. 


Certo che quello che lei descrive richiama certi vecchi stereotipi delle scuole analitiche, stereotipi che spesso sono funzionali alla struttura del singolo terapeuta. Chissà, la sua sembra essersi scordata che il Guaritore è sempre ferito, e non c'è terapia comunque che debba escludere amorevolezza e vera empatia, senza bisogno di colludere col paziente. Amorevolezza ed empatia arrivano anche se c'è distanza sulle idee e sulle prassi. Casomai, si ascolti su questo lato e poi decida.


In bocca al lupo.

È un problema serio quello di cui parla. Sembra che più che non in una relazione di collaborazione (che è il patto terapeutico!) Lei si senta coinvolto in una lotta tira e molla. Ascolti bene se stesso senza farsi troppo influenzare da interpretazioni altrui: è convincente il risultato del vostro lavoro assieme? A volte, per il piacere di mantenere la relazione si perde di vista quale è l'obiettivo concreto che si persegue. I terapeuti sono lì per aiutare a realizzare miglioramenti di salute e benessere  condivisi. Ne parli apertamente con il suo terapeuta: il risultato del confronto deve risultarle/sentirlo convincente per sè.

Carissimo Sisifo,


sicuramente intraprendere un percorso di psicoterapia, non è come fare una "passeggiata" o una chiacchierata con un'amica.


Per un buon percorso di psicoterapia è necessaria:


- la frequenza (una volta alla settimana) che permette di vivere con stabilità un relazione terapeutica,


- la fiducia co-costruita ( la fiducia la si costruisce insieme)


- l'impegno


- il crederci da parte del paziente che ciò che state facendo con la psicoterapeuta è utile


- l'affidarsi cercando di parlare a lei su tutti gli aspetti di te, anche quelli più nascosti senza paura del giudizio o paura di essere tu sbagliato. Ti invito a porti una domanda chi ti ricorda la Psicoterapeuta nel suo essere così rigida? Forse tua madre? Forse una persona cara che ti incute rigidità. Provate a lavorare sulla tua paura di essere giudicato o di essere rimproverato o di non essere all'altezza come paziente. Troverai piano piano la chiarezza e soprattutto la semplicità nell'aprirti con fiducia con chi ti segue. Nel caso in cui continuerai a non trovarti bene potrai cambiare, ma prima prova a seguire le indicazioni che ti sto dando.


Cordiali saluti 


Dr.ssa Iolanda Lo Bue

Buongiorno 


Tutto ciò che ha scritto, sarebbe meraviglioso riuscisse ad esprimerlo alla sua psicoterapeuta. Io non posso entrare in merito sulle dinamiche relazionali del vostro percorso psicoterapico, ma credo che, se un mio paziente riportasse in seduta tutti i dubbi che lei esplicita, ne sarei più che soddisfatta. Mi spiego; la relazione terapeutica non sempre ha "un'unica direzione" e, soprattutto, ognuna è a sé.  Con ogni paziente siamo differenti, ma non per questo meno predisposti all'aiuto, alla comprensione e all'empatia. Parli con la sua dottoressa, esprima il suo punto di vista, il suo "disagio", forse attraverso la comunicazione terapeutica di "transfert", si potrà riuscire ad avere un "significato". Lei esprime stima nei confronti della collega, quindi, in fondo,credo si fidi; chissà che possa arrivare anche ad affidarsi. Parli alla sua dottoressa in modo trasparente e sincero. Vedrà che ne trarrà solo vantaggi.


Auguro buona fortuna

Buongiorno, Mi aggancio ad una delle sue ultime affermazioni : forse sono un cattivo paziente? Pensi che il motto di chi mi ha insegnato questo lavoro e che ho fatto mio è : Non esistono cattivi pazienti, ma solo cattivi terapeuti. Se non si sente a suo agio come può pretendere di aprirsi, sarebbe impossibile per chiunque. Empatia, accoglienza ed ascolto sono i pilastri per poter svolgere la nostra professione, se mancano o se non si riesce a percepirli, si parte già svantaggiati, l'alleanza terapeutica è quella che ti permette di lavorare bene, è una alleanza, non un braccio di ferro. Magari si chieda come mai, con tutto il disagio che ha descritto nella sua lettera, continua a stare in quel setting, probabilmente, al di là della relazione, ci sono altri vantaggi terapeutici che le impediscono di cambiare professionista. Dott.ssa Lara Banchieri.

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