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Sono un saccente presuntuoso

Gabriele

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Salve, uno dei miei problemi è che sono un saccente presuntuoso. Fin da quando ero bambino, con chiunque mi relazioni, ho sempre esibito la mia (presunta) “cultura“ utilizzando un vocabolario forbito, riferimenti alti, nozionismo, improbabili citazioni insomma tutto ciò che potesse farmi apparire come una persona molto intelligente; purtroppo tutto ciò mi viene naturale, automatico e contribuisce a rendermi come minimo antipatico (chi vuole avere a che fare con un saccente?) e, peggio, non riesco ad avere relazioni autentiche sul piano affettivo (indosso la maschera del guru saggio, oppure cerco di mettermi sulla loro lunghezza d'onda dimostrandomi più esperto di loro nei loro campi di interesse con la (vana) speranza di accattivare la loro simpatia ecc.). Inutile dire che a furia di studiare tuttologia non ho sviluppato una vera cultura, tanto meno una vera competenza in nessun campo, cosa che si fa sentire negli studi e nel lavoro. Ricollego questo mio atteggiamento all'eccessiva attenzione che i miei genitori ponevano sulla scuola, e alle sperticate lodi che ricevevo da mia madre quando riuscivo bene negli studi (che corrispondevano ad un clima da Terrore Bianco quando portavo brutti voti a casa) con una conseguente paura del giudizio altrui da cui mi difendo nella trincea della saccenza. Per superare tutto questo sto cercando di relazionarmi in maniera più autentica possibile con chi incontro e con ciò che faccio (ad esempio ho preso a suonare la chitarra per provare a dar sfogo alla creatività e alle emozioni) anche se torno per incappare sempre nello stesso errore e mi trovo a “fare il professore“, come sempre. Vi scrivo perché sarebbe per me prezioso un vostro pensiero su questo meccanismo perverso e sulle vie per smantellarlo. E come diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.” Vi ringrazio di cuore per la vostra pazienza.

10 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Caro Gabriele, come chiaramente saprai, :), soffrire il giudizio altrui crea insicurezze anzichè sicurezze e una parte importante del nostro sapere e di alcune, poche certezze, ci vengono fornite dall' esperienza e non dal nozionismo....dovresti cominciare ad abbandonare la saccenza e trasformarla in consapevolezza...per fare questo ti consiglio un percorso di psicoterapia(ti consiglio la bioenergetica) che ti aiuti ad entrare in contatto con le tue emozioni e che ti permetta di esprimerti. Valuto molto positivamente la tua intenzione di suonare uno strumento....ma non devi e non potrai mai suonare in una orchestra, quindi ciò che ti consiglio è di DIVERTIRTI( ti diverti?)e di dare libero sfogo alle tue emozioni, di qualunque natura esse siano. Reimparare a camminare accettando di barcollare....

Un abbraccio

Gabriele,

da come lei scrive , con una notevole autocritica, oserei dire che il suo esibire cultura o nozioni o citazioni, possa avere anche molti estimatori . I veri saccenti sono quelli che non percepiscono il loro modo di relazionarsi . Quindi credo che il suo dibattito interno sia , come lei intuisce, di far emergere una sua "altra" parte interna che, necessariamente, non deve essere "contro" quella che ha costruito finora, ma in armonia con essa. Si chiama "unificazione " o "armonizzazione". Pensare nel senso "o questa o quella" non può che sostenere il suo malessere  e non riconoscere la sua capacità di osservarsi, che non è cosa da poco.    Per realizzare queste aspirazioni , mi par di capire, servirebbe per lei  rafforzare la sua autostima "affettivo-relazionale" , dirigendosi e coltivando contatti, amicizie e  relazioni in cui si  sente più apprezzato, amato......a prescindere dalla sua esposizione culturale. Ma questo sensazione di sentirsi amato non è un atteggiamento passivo, occorre che lei "attivi" la capacità di coglierlo.  Perchè non prova in qualche situazione relazionale , festa o serata, ad imporsi di star zitto ed osservare gli altri , le loro espressioni, i loro movimenti , dedicare gesti ad essi, non parole, e si accorgerà probabilmente che c'è gente (non pretenda che lo siano tutti) propensa a volerle bene. Buona fortuna. Sarei interessato a sapere quanto lei si ritrova nei miei suggerimenti. Grazie

Buongiorno Gabriele, 

certamente dalla sua saggezza saprà come ricavare gli insegnamenti preziosi per se stesso.  Come mai dice che non ha relazioni autentiche? cos'è l'autenticità? come si comporta o come pensa di potersi comportare? e e' proprio certo che se si comporta diversamente potrebbe ottenere diversi effetti? oppure l'autenticità si porterebbe un pochino più in là così che ancora una volta cercherebbe la propria atenticità?

 Mi consenta di esporle la totale inutilità e dannosità della colpevolizzazione dei suoi genitori per qualcosa che attualmente decide Lei. Lei e nussun altro al suo posto.

Cordialmente

Gent.le ragazzo, 

sembra che quello che descrive le complica un pò troppo al vita. Se le va ne venga a parlare di persona. 

Gentile Gabriele,

ho trovato il suo racconto estremamente interessante e allo stesso tempo ricco di punti su cui fare chiarezza. Lei esordisce dicendo: “sono un saccente presuntuoso”. Si tratta di un’affermazione piuttosto forte, ma come fa ad esserne così sicuro? Indirettamente lei risponde a questa domanda elencando tutti quei comportamenti relazionali che generalmente attua quando si rapporta agli altri e li definisce tipicamente saccenti. Quello che non mi è chiaro è se quest’idea è sua o se sono gli altri a definirla saccente e presuntuoso. Anzitutto è chiaro che lei non si rivede in una persona presuntuosa, questo sia perché un “vero” presuntuoso non chiederebbe aiuto e quasi sempre non sarebbe consapevole del suo atteggiamento, in secondo luogo perché lei riconosce in questo suo modo di comportarsi una “maschera”. Allo stesso tempo lei aspira ad una vita “autentica” cioè fatta di scambi relazionali basati sulle emozioni (non ha idea di quanto mi trova d’accordo su questo punto), alle quali, tuttavia, o non riesce ad accedervi (non sa bene cosa prova) oppure non riesce ad elicitare in altro modo che non sia quello della “pseudo” saccenza che la rende poco simpatico agli altri. Una strada senza uscita, quindi? Naturalmente no; si tratta solo di comprendere meglio quali sono i meccanismi che sottostanno a questo modo di approcciarsi alla vita e agli altri. Ho visto che scrive da Benevento; non le propongo di iniziare una terapia, ma un incontro gratuito volto a fare chiarezza sul problema. Dopo di che lei sarà liberissimo di scegliere se, e con chi vorrà, intraprendere un percorso di consapevolezza e risolvere il suo problema. Spero di esserle stato utile e la saluto cordialmente.

Salve signor. Gabriele, le scrivo con molta sincerità; stavo pensando che forse lei da un lato spera che qualcuno di noi le risponda in una maniera tale che possa farle dei complimenti per ciò che ha scritto o riconosciuto. Penso che sia sulla strada giusta è l'altro complimento che penso lei si aspetti da qualcuno di noi. Sinceramente penso che lei stia soffrendo tanto e che abbia realmente bisogno, perchè esiste un modo per contrastare il dolore che vive e tornare sereno, per uscire fuori da questo circolo vizioso che è reale; le dico che quello che lei ci racconta nasconde altri aspetti che sono inconsci e lei non può vedere da solo e chelavorano al di sotto e la fanno soffrire. Non mi sento di darle una inquadratura nonostante ci siano 3 o 4 posizioni in cui lei potrebbe rientrare e per via di questo avrebbe bisogno di rivolgersi ad uno psicologo. Quando vorrà veramente affrontare quello che le accade chiamerà qualcuno al numero di telefono, perchè penso che questo tentativo di autocura tramite una domanda su internet rientri in quegli aspetti che lei riconosce di usare con l'intento di prendersi in giro e rimanere nel limbo del farsi del male. Penso realmente che per lei sia stato molto doloroso deve essere così sincero scrivendo e quindi osservando lei stesso ciò che le accade e rendendosi conto di quanto stia cercando una mano. Con la speranza che sceglierà qualcuno nella realtà per andare avanti oltre il dolore la saluto. Arrivederci

Gentile Gabriele, è fuori strada, mentre la risposta è evidente per la psicologia clinica: il suo atteggiamento di superiorità e di iper-competenza sostanzialmente fittizia è compensativo di un profondo e radicato ‘complesso di inferiorità’, del quale non ha consapevolezza ma che, nel tempo, presumibilmente appunto dall’infanzia ed a partire dal contesto familiare (ma non nel senso che dice Lei: dove si tratta piuttosto di un indirizzo che i Suoi genitori Le hanno inconsapevolmente dato attraverso il quale costruire la sua sovrastruttura ‘superomistica’), ha cercato una compensazione al senso di inferiorità sempre più diffuso e generalizzato dentro di Lei, come è inevitabile in casi del genere, costruendosi faticosamente una struttura superficiale, come una corazza, di (finta) ‘superiorità’, che è divenuta via via nel tempo sempre più un habitus irrinunciabile e indispensabile. Un’analisi del ‘profondo’ e un ‘lavoro sulle emozioni’ sono la soluzione, mirante a ristrutturare la sottostante base di ‘sabbie mobili’ e quindi rendere non più necessario il ‘meccanismo di difesa’ della superiorità, fondato sulla paura e sulla recitazione di (infiniti) ruoli attoriali in una vita ridotta a recita sul palcoscenico della vita. Cordiali saluti.

Grazie per l’ultima citazione che fa e cercherò di seguirla.

Quando i meccanismi di difesa, che sono lame a doppio taglio, diventano aspetti caratteriali possono, effettivamente, creare qualche problema.

Può risultare davvero difficile modificare una struttura caratteriale già consolidata, a volte quasi impossibile. L’unico consiglio che mi sento di dare è di armarsi di tanta umiltà e pazienza e cercare un buon terapeuta; in pratica di diventare un buon paziente!

Buona sera Gabriele,

io non credo che questo sia un meccanismo perverso ma lo sembra più un personaggio (come lo ha giustamente definito) che si è dovuto costruire per "sopravvivere" ad un ambiente che iper richiedente a livello di prestazione scolastica.

Venendo lei premiato nel suo essere così sapiente ha trovato in questo giovamento e quindi ha continuato probabilmente a farne uso sino a quando, oggi, si rende conto che nella relazione con l'altro non le è così funzionale.

Quando si condividono delle conoscenze è bello perchè si condividono delle realtà o delle situazioni che contribuiscono ad uno scambio di informazioni e consapevolezze. Nel caso da lei portato probabilmente l'ottica è quella "up-down" in cui sapere più dell'altro non è una consapevolezza adulta ma, un modo per svalutare (e questo porta ad essere allontanati).

Da questa consapevolezza potrebbe essere interessante approfondire il meccanismo che la porta ad agire così. Probabilmente anche quando era in età scolare ha vissuto su di se una sorta di svalutazione che l'ha portata ad essere sfiduciato e non credere abbastanza in se. Tutto questo a quale convinzione l'ha portata? Se non sa abbastanza non vale? O che per essere apprezzati bisogna sapere? Possibile.

Un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a prendere questi pezzi e a cominciare ad instaurare una relazione in cui si affida e fida dell'altro e in cui comincia a mostrare davvero ciò che è oltre a quello che sa.

Resto a disposizione

Buon pomeriggio Gabriele,

credo che in questi anni sia giunto ad una buona consapevolezza di se stesso e dei suoi meccanismi "di difesa". L'apparire è un buon mezzo per metterci al riparo da delusioni, critiche e rifiuti: in fondo chi abbiamo mostrato è un'altra persona! E può anche apparire come un efficace strumento per raccogliere lodi, ammirazione, amicizie e popolarità. Tuttavia ha due grossi risvolti negativi: da una parte non possiamo mai mostrare chi siamo, farci conoscere realmente, far uscire i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre necessità più intime e vere.. e questo ci rende frustrati e abbattuti. D'altra parte, non tutti apprezzano comunque la sapienza, l'iperconoscenza e l'iperautonomia (come ha già potuto notare), per cui si finisce comunque per lo sperimentare le tanto odiate e non volute critiche e rifiuti! Dovendo darle un riferimento "teorico" per questa sua modalità di reazione, il mio approccio cognitivo parla di "Schema degli Standard Elevati"; quando una persona tenta in ogni modo di apparire al meglio e di non aver punti deboli a cui gli altri possano appigliarsi per ferirla o screditarla. E spesso questa modalità reattiva deriva da una situazione simile a quella da lei riportata: un ambiente familiare che privilegia e dà amore in concomitanza con buone prestazioni, mentre disprezza la "mediocrità". Tuttavia, al mondo esistono anche altre tipologie di persone: persone che apprezzano l'emotività, la sensibilità, l'apertura, che sostengono dopo un "fallimento" o un momento di crisi, persone che ci apprezzano anche per ciò che siamo (e non solo per ciò che sappiamo fare!). I passi che ha intrapreso verso il cambiamento, il tentare di aprirsi, di fare cose più spensierate e passionali, sono tutti ottimi spunti da cui iniziare a tastare il mondo. L'esperienza e le conferme che le arriveranno saranno le pietre miliari che l'accompagneranno nel suo futuro e verso un maggior benessere e soddisfazione di vita. E' naturale che dopo molti anni, i cambiamenti non avvengano di punto in bianco, ma ci siano ancora degli impicci e delle "ricadute". L'importante è non arrendersi e divenire sempre più consapevoli di se stessi, in ogni momento in cui sentiamo che le difese stanno per prendere il sopravvento.

Qualora sentisse il bisogno di un supporto più stabile e presente, che l'accompagni nel suo cambiamento, può sempre rivolgersi ad un terapeuta della sua zona.

Resto comunque a disposizione per ulteriori informazioni,

Un caro saluto

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